Premessa
Salve a tutti i miei lettori.
C’è una frase che negli ultimi anni ho sentito ripetere con una frequenza tale da costringermi a farci i conti: “io sono brat”. Detta al primo messaggio, spesso prima del nome. Bond, James Bond.
Un po’ come sono vegetariano, sono vegana, sono testimone di Geova, sono musulmano, sono ebreo: quelle cose che si dicono per auto-identificarsi in fretta, in modo rapido e veloce — e che in certi casi servono soprattutto a buttare le mani avanti.
Quando ho cominciato a frequentare la scena, vent’anni fa abbondanti, la parola c’era. Era poco diffusa, e soprattutto era un’altra cosa: indicava una caratteristica di una sub, non una categoria a sé stante. C’erano le sub che tiravano la corda, che rispondevano male apposta, che si facevano prendere sul fatto volutamente. Il brat era la ragazzina capricciosa, quella che fa i dispetti, quella che provoca. Era vista come una figura particolare, certo — ma il ruolo era sub, e brat era la caratteristica.
Da lì le due domande che mi porto dietro, e che sono il motivo di questo pezzo.
Brattare è un modo di sottomettersi, oppure è diventato un modo elegante per non farlo?
E soprattutto: è ancora una specifica del ruolo di sottomesso, o è diventato un ruolo a sé stante come tanti altri?
Anticipo la risposta, così chi non ha voglia di leggere il resto può andarsene subito con quello che gli serve: il brat play esiste ed è una cosa seria. Ma “sono brat”, detto a freddo, prima di qualsiasi contrattazione, nella maggior parte dei casi che ho visto non descriveva una dinamica: provava a dare il nome di ruolo a un ruolo che non esiste.
Non è la prima volta che succede. Un tempo chi era indeciso, chi sostanzialmente non sapeva cosa volesse, si definiva switch: era un modo elegante per dire sono tutto e non sono niente. Che poi è un modo molto sbagliato di usare quella parola, se ci pensate, perché lo switch vero è un ruolo definitissimo, uno che sa perfettamente quello che vuole. Il non sapere quello che si vuole, oggettivamente, può appartenere a qualsiasi ruolo.
Mettiamo subito i tre gradini, perché è su quelli che si regge tutto il pezzo:
- il brat come fase che precede lo scambio di potere — la prova che il dominante deve superare perché il potere gli venga ceduto;
- il brat che fa il sorpasso e dirige il gioco — lo scambio non arriva mai, e quello che stiamo facendo non è un D/s (dominazione e sottomissione, cioè lo scambio di potere vero e proprio);
- “sono brat” come etichetta messa davanti a tutto — e in gioco non ci siamo mai entrati.
Che cos’è un brat, quando è un brat davvero
Mettiamo giù la definizione.
Il brat è un bottom — sottomesso o sottomessa — che adotta un comportamento volutamente provocatorio, sfacciato, giocosamente disobbediente verso chi Domma. Rifiuta un ordine sapendo benissimo che finirà per eseguirlo. Risponde male per essere ripreso. Tira la corda con l’obiettivo implicito di essere preso, fermato, disciplinato. Dall’altra parte, chi trae piacere nel gestire e addomesticare quella resistenza viene chiamato brat tamer.
Fin qui è descrizione. Ora la parte che conta:
La provocazione del brat non è una violazione dei patti. È uno dei patti.
Il rifiuto è simulato, e lo sanno tutti e due perché se ne è parlato prima. La resistenza è un copione, non un’obiezione. E proprio perché è un copione, il brat play chiede a chi Domma una lucidità particolare: bisogna saper stare al gioco e capire in tempo reale dov’è la provocazione — dove il brat sta cercando di ottenere una reazione, una punizione, una messa alla prova — e dove invece un rifiuto è un rifiuto vero, o un blocco momentaneo, che sono cose di natura completamente diversa.
La distinzione l’ho già messa nero su bianco parlando di CNC, e vale identica qui: il no del momento è previsto, gli hard limits no — quelli restano legge.
E qui nasce un problema pratico che nel brat play è più grosso che altrove. Se il “no” fa parte del copione, con che cosa fermi il gioco quando il no è vero? Non con un’altra parola detta nella scena: quella è già dentro il copione, e chi ti sta davanti la può leggere come l’ennesima provocazione. Serve un segnale fuori copione — un colore, un gesto concordato prima, qualcosa che dentro il gioco non si usa mai: nemmeno per scherzo, nemmeno per finta, nemmeno per alzare la posta. È l’unica cosa che nel brat play non può essere recitata.
E il rischio specifico è proprio questo, che avevo già messo nell’elenco dei modi in cui la safeword fallisce: snaturarla, usarla come parte del brattare. Se la usi per giocare l’hai bruciata, e quando ti serve non hai più niente in mano. La safeword non è un sistema di sicurezza, è un canale di comunicazione — e dove il rischio di contaminarla è alto io preferisco il semaforo, che è pubblico, univoco e non si confonde con niente.
E va detta una cosa a difesa dei brat, perché smonta uno stereotipo che mi ha sempre irritato: la sottomissione non è passività. Il brat è un bottom estremamente attivo, che co-crea la scena e ne detta l’intensità per contrasto invece che per adesione. Non subisce l’energia: la produce. Chi confonde sottomissione e inerzia non ha mai avuto a che fare né con l’una né con l’altra.
La seconda contrattazione
C’è un secondo movimento, più sottile, ed è il vero motore psicologico della faccenda.
La provocazione è spesso un collaudo. Il brat spinge per verificare che chi sta dall’altra parte tenga: che sia presente, stabile, capace di contenere. Sapere di essere contenuti è una forma di sicurezza — forse la più profonda che questo gioco sappia offrire.
Ed è così che ho imparato a guardare il brattare: come una seconda contrattazione. La prima è quella che si fa da vestiti, a parole, prima di cominciare — quella di cui ho scritto parlando della negotiation. La seconda avviene dentro il gioco, ed è fisica, reale, mentale: il brat mette alla prova il dominante prima di cedere davvero il potere su di sé, e lo fa nel solo modo che ha a disposizione, cioè provocando e guardando la reazione.
Detta così, la brattitudine smette di essere un capriccio e diventa quello che è: una richiesta di garanzie.
E mettiamo in chiaro una cosa, perché qui si annida l’equivoco più pericoloso: nella seconda contrattazione non si rinegozia nulla. I limiti restano quelli pattuiti da vestiti e non si toccano. Quello che si verifica non è il perimetro del gioco: è la persona che lo tiene.
Il brat non provoca contro il Dom. Provoca verso il Dom, per farsi trovare.
E qui si capisce la cosa che per me conta di più, e che spiega perché ho messo il brat prima dello scambio e non dentro. Finché il brattare è in corso, uno scambio di potere reale non c’è ancora: chi sta gestendo la scena, in quel momento, è il brat che mette alla prova. Se il dominante regge, se riesce a tenergli testa — o addirittura a sottometterlo — allora il brat cede il potere su se stesso, e lì comincia il D/s vero e proprio.
Quindi il D/s non è parziale. È posticipato.
Il D/s è posticipato alla capacità del Dom di tenere testa al brat.
Il sorpasso: quando il brat dirige, il D/s non arriva mai
Finché la prova resta una prova siamo ancora dentro il copione: il bambino capriccioso, la bambina capricciosa che con le provocazioni vuole suscitare una reazione, e un dominante che la reazione la dà e regge. Il D/s non è ancora cominciato, ma sta arrivando.
Il sorpasso è un’altra cosa. È quando le provocazioni non servono più a mettere alla prova, ma a decidere: dove va la scena, quando sale, quando scende, quanto dura. La prova non finisce mai, la cessione non arriva — e il potere resta dove è sempre stato, in mano al brat, con il Dom che lo segue.
Vale la pena fermarsi un secondo sui termini, perché è lì che si gioca tutto. Dom e sub sono ruoli definiti dallo scambio di potere: uno lo cede, l’altro se lo prende. Top e bottom sono due persone che giocano, uno sopra e uno sotto, senza che nessun potere sia passato di mano. Si può stare sopra senza dominare, e si può stare sotto senza sottomettersi.
Ecco perché il sorpasso non è un D/s riuscito male: è un’altra cosa, e ha un nome suo. Si chiama top from the bottom — il gioco lo disegna chi sta sotto, chi sta sopra esegue. (Chi ha letto il pezzo sulla negotiation ci riconoscerà il Service Dom, il top service: la sessione costruita intorno ai desideri di chi sta sotto. Con una differenza non piccola: là era una scelta dichiarata, qui no.) E se vi piace l’immagine forte, chiamatelo pure D/s ribaltato: quello dove il sub comanda e il Dom ubbidisce.
Lo dico senza pregiudizio, e mi interessa che si capisca bene: non la considero una cosa negativa. La considero una cosa a sé stante. Una tipologia di gioco che funziona, che ha i suoi appassionati e i suoi motivi — ma che nel D/s non rientra.
I tre stati, in fila
Perché non ci si perda, mettiamo i tre stati uno accanto all’altro.
| D/s (a prova superata) | Brat (la prova) | Sorpasso | |
|---|---|---|---|
| Chi dirige la scena | il Dom | il Dom, ma messo alla prova | il brat |
| Lo scambio di potere | reale, in corso | sospeso, non ancora avvenuto | assente, o ribaltato |
| Che cos’è il “no” | un limite | copione, fa parte dei patti | direzione |
| Il brattare che cos’è | finito, o episodico | seconda contrattazione | guida del gioco |
| Come si chiama | D/s | D/s posticipato | top from the bottom |
| Il consenso e i limiti | pattuiti prima, inviolabili | pattuiti prima, inviolabili | pattuiti prima, inviolabili |
L’ultima riga è l’unica che non cambia mai, ed è quella che regge tutto il resto. Sposta quella e non hai più né un brat né un sorpasso: hai due persone che stanno facendo cose diverse nella stessa stanza.
Dichiarato o contrabbandato
Qui sta tutta la differenza, e vale la pena metterla nero su bianco una volta per tutte.
Il top from the bottom dichiarato non è un problema. Se è contrattato, se tutti e due sanno che è il bottom a dare la direzione e sanno dove quella direzione porta, è una dinamica legittima come le altre. Ognuno gioca come preferisce: non sono qui a distribuire patenti.
Il top from the bottom contrabbandato è un’altra cosa. È la forma sottomessa con la sostanza della direzione: chi provoca decide quando la scena sale, quando scende, su cosa si va — e insieme si tiene il diritto di non risponderne, perché formalmente è lui quello che ubbidisce. È quella la doppia contabilità che non mi va giù: prendersi il controllo e lasciare agli altri la responsabilità.
Ci sono dei ruoli, ci sono delle regole, ci sono delle figure ben precise. Quello che vedo, spesso, è una gran confusione giustificata con termini che servono da pezza al buco.
Quando “sono brat” diventa un alibi
Veniamo al terzo gradino, e al motivo per cui ho cominciato a scrivere questo pezzo. Nella mia esperienza — e parlo di quello che ho visto io, ai munch, nei party, nelle chat — l’etichetta viene usata molto più spesso come scudo che come descrizione. Ne ho isolati quattro schemi. Li riconosco anche perché, in altre vesti e con un pizzico di delirio di onnipotenza, ci sono cascato pure io.
L’alibi della contrattazione. “Non ti dico niente, scoprilo tu.” La provocazione messa al posto della negotiation invece che dentro la negotiation. È il più diffuso e il più pericoloso, perché somiglia a un gioco e invece è un rifiuto di contrattare travestito da sfida. Chi Domma si ritrova a indovinare limiti che nessuno gli ha detto, e a rispondere di errori che non poteva prevedere.
L’alibi dell’identità. La differenza sta tutta in due verbi. “Gioco a resistere” descrive una modalità: si sceglie, si accende, si spegne. “Sono fatta così” descrive una natura: non si negozia, si subisce. Nel momento in cui il brat smette di essere un registro e diventa un dato anagrafico, è uscito dalla dinamica pur restando nella stanza.
L’alibi retroattivo. La regola saltata che diventa brattitudine dopo, a cose fatte, quando c’è da giustificarsi. Nessuno ne aveva parlato prima; la provocazione viene ricostruita a posteriori come intenzionale. Questo non è brat play, è una toppa narrativa.
L’alibi del controllo. È il top from the bottom contrabbandato di cui sopra, con un nome più simpatico. Il bratting sano è una sfida concordata perché il Dom prenda il controllo; qui è il tentativo di tenerselo senza dirlo.
Il brat vero fa rumore dentro il copione. L’alibi usa il rumore per non entrare nel copione.
L’abito non fa il monaco: chi Domma dietro il brat
Sarebbe comodo fermarmi qui e lasciare la responsabilità tutta da una parte sola. Non funziona così, e chi mi legge da un po’ sa che le ramanzine a senso unico non sono il mio genere.
L’alibi taglia da entrambi i lati.
C’è il Dom che chiama stile quello che è cedimento: non regge la scena, si fa scavalcare, e siccome ammetterlo costa, dichiara di avere una brat. C’è quello che tollera qualunque cosa perché è l’unico modo che ha trovato per tenersela, e chiama gioco la propria paura di perderla. E c’è la categoria che mi diverte di più, il brat tamer da profilo: quello che si presenta con la specializzazione stampata addosso come fosse un titolo di studio, e trasforma una dinamica delicata in un videogioco a livelli, dove lei è il boss finale e lui è lì per battere il record.
Su questo mi è arrivata, tempo addietro, una provocazione che ricordo ancora con affetto. Suonava più o meno così: “Io sì che sono bravo, io le brat le so gestire. Non come voi masteroni, che avete la pappa pronta perché vi scegliete solo le schiave che si concedono completamente.”
Il ragionamento sembra solido e invece è capovolto. Reggere qualcuno che si è consegnato è più difficile che rincorrere qualcuno che ti sta portando a spasso: la pappa pronta, se proprio vogliamo dirla tutta, ce l’ha chi si fa dare il ritmo da un altro e chiama gestione il fatto di starci dietro. E nemmeno la parte del sottomesso è la parte comoda: la vera sottomissione è molto più complessa del brattare, perché è una cessione totale di potere, è un affidarsi — e ci vuole molto più coraggio ad affidarsi che a provocare.
Lo dico e so che qualcuno si offenderà a morte, ma il criterio è questo, e non è un giudizio sulle persone: se il brat tamer accontenta i capricci del brat di turno, sta ubbidendo. Sta facendo quello che l’altro ha deciso. Quando si dice che l’abito non fa il monaco, ecco, è proprio questo il caso: il Dom non sei tu. Il tuo Dom è il tuo brat, perché tu stai facendo quello che lui dice.
E allora dico anche come si fa, perché la critica senza il rovescio è aria fritta. Il brat tamer che sa quello che fa non accontenta e non rincorre: regge la scena e chiude la prova. Non risponde a ogni provocazione, sceglie quali raccogliere e quando. Non alza la posta per far vedere che c’è, perché chi deve dimostrare di esserci non c’è. E soprattutto porta il gioco fino al punto in cui la provocazione non serve più: quello è il momento in cui il brat cede, e il D/s comincia. Se quel momento non arriva mai — non in una serata, ma in due anni di scene — non è che vi è capitato un brat particolarmente tosto. È che non state andando da nessuna parte.
E c’è il caso limite, quello che nasce da un’osservazione che gira da decenni nella manualistica: il brat fornisce l’innesco. Molti dominanti non sanno condurre il gioco e hanno bisogno di qualcosa che li faccia partire; il capriccio del brat dà loro lo starter, l’accensione. Come dinamica ci sta. L’osservazione però va girata al contrario, perché la conclusione è inevitabile.
Se hai bisogno che sia lei a darti il motivo per Dommare, non stai Dommando: stai reagendo. E una dominazione che esiste solo in risposta a uno stimolo altrui è, di fatto, una dominazione delegata. Ed è qui che il titolo si spiega, e vale in tutte e due le direzioni: un brattare non esiste nemmeno dalla parte di chi Domma. O conduci, o stai reagendo.
Se la tua autorevolezza esiste solo finché qualcuno te la accende, non è autorevolezza. È un accordo tacito di non disturbarsi a vicenda.
Quello che costa, e a chi
Qui smetto di fare lo spiritoso, perché c’è una cosa seria.
Nel brat play il “no” fa parte del copione, e questo apre la porta alla zona grigia di cui ho già scritto: l’abuso da omissione, il vuoto contrattuale. “Io non ho chiesto, tu non hai detto, ma tanto sono brat.” Non è varcare un limite: è agire in un’area dove nessun limite era mai stato posto. È lo schema perfetto per farsi male senza che nessuno dei due ne avesse l’intenzione. Nessun cattivo, nessun predatore: solo due persone che hanno saltato la parte noiosa.
Ma il rischio più concreto è quello che viene dal sorpasso, e non se ne parla mai. Quando è il brat a dirigere, lo pseudo-dominante — che dominante non è — si trova a gestire una scena disegnata da un altro. Capire dove si può arrivare e dove no, quando l’acceleratore è in mano all’altro, diventa molto difficile: si va in confusione, si sbaglia, e da lì all’abuso il passo è breve. Non per cattiveria: per posizione. Il rischio fa parte del gioco — ho spiegato altrove perché preferisco la RACK all’SSC — ma il rischio si accetta quando lo si conosce, e qui nessuno dei due sa dove si sta andando.
Vale quello che vale sempre, e non mi stancherò di ripeterlo: prima i limiti, poi i desideri. Una delusione lascia delusi. Un errore sui limiti — anche in perfetta buona fede — lascia altro.
Quattro domande secche
Non ho protocolli da vendere, ma quando mi chiedono come si capisce da che parte si sta, rispondo con quattro domande. Funzionano in entrambe le direzioni.
- La resistenza si ferma quando deve? Non “quando lui è più bravo”, non “quando mi convince”. Quando la dinamica lo richiede. Un brat che non si ferma mai non è un brat: è qualcuno che non ha voglia di sottomettersi. Ha tutto il diritto di non averne — ma allora chiamiamola col suo nome.
- Esiste un segnale fuori copione? Uno che dentro il gioco non si usa mai, per nessuna ragione. Se la risposta è “ci arrangiamo”, non esiste.
- L’etichetta è arrivata prima o dopo la contrattazione? Prima è una premessa che chiude il discorso. Dopo è una descrizione che lo apre. Cambia tutto.
- Chi ha deciso dove andava la scena? Se alla fine della serata la risposta è “lei, provocando”, il gioco era suo. Legittimo — ma allora non chiamiamolo D/s, e non chiamiamoci dominanti.
In conclusione
Il titolo era una battuta, ma non del tutto.
Non esiste una terza posizione tra il Dommare e il sottomettersi. Esiste un modo rumoroso di arrivare alla sottomissione — legittimo, divertente, e con dentro una richiesta di essere contenuti che merita rispetto — e quello è il brat che mette alla prova prima di consegnarsi. Esiste il dirigere il gioco dal basso, che è un’altra cosa, altrettanto legittima, purché venga detta e contrattata. Quello che non esiste è la via di mezzo dove ci si prende il controllo e si lascia agli altri la responsabilità.
E c’è un ultimo conto, che paga il brat stesso, ed è il motivo per cui questo pezzo non è una ramanzina.
Se stai conducendo tu il gioco, non stai affidandoti. E se non ti affidi non c’è fiducia, se non c’è fiducia non c’è cessione di potere — e se non cedi il potere non avrai mai quello che sei venuto a cercare: la soddisfazione, il benessere, il piacere di essere realmente sottomesso. Puoi vincere tutte le scene e tornare a casa a mani vuote.
O conduci, o sei condotto. Quello che non puoi fare è stare in mezzo e chiamarlo D/s.
La disobbedienza contrattata è una forma di obbedienza.
Tutta la disobbedienza che resta è solo disobbedienza.
Fate rumore, se vi va. Ma fatelo dentro il copione — e il copione scrivetelo prima, insieme, quando siete ancora tutti e due vestiti.
— Maestroottanta