Premessa
Salve a tutti i miei lettori.
Qualche giorno fa, nell’articolo sulla Contrattazione, ho accennato a una cosa che chiamavo abuso da omissione — quel danno che nasce non da ciò che qualcuno ha fatto contro un no esplicito, ma da ciò che è stato fatto in un vuoto di parole mai dette. L’ho nominato di sfuggita perché non era il tema del pezzo, ma mi è rimasto in testa. E a giudicare dai messaggi che ho ricevuto nei giorni successivi, non è rimasto in testa solo a me. Un paio di persone mi hanno chiesto di specificare meglio l’argomento e quindi ho pensato di farlo, poi visto che c’ero, dirò il mio punto di vista sugli abusi in generale.
Perché se di abusi intenzionali — quelli gravi, quelli che potrebbero anche finire in cronaca si parla poco ma almeno si parla, degli altri non si parla proprio o rimangono spesso chiacchiere da chat. E secondo me è un problema, perché gli “altri” sono i più frequenti e sono sostanzialmente quelli che si potrebbero in realtà evitare.
Faccio una premessa onesta, come al solito: in vent’anni di scena ne ho viste parecchie, da dentro e da fuori. Non scrivo da avvocato, da medico, né da giudice, non sono uno psicoterapeuta né un prete esorcista. Non voglio quindi fare una guida contro i mali di questo mondo, ma darvi il mio punto di vista e quella che potrebbe essere una soluzione ad una parte del problema.
Userò quindi una distinzione semplice, volutamente grossolana, che ci serve da mappa:
- Abusi volontari — chi agisce sa di star facendo male, o comunque sa di stare violando qualcosa di esplicito. La sua responsabilità è piena e chiara.
- Abusi involontari — chi agisce non ha cattive intenzioni, ma produce comunque un danno. Qui la responsabilità esiste eccome, ma si gioca su un terreno diverso: quello di ciò che non è stato detto, non è stato chiesto, non è stato previsto.
Il punto di arrivo dell’articolo — lo anticipo — è il secondo ramo. L’abuso da omissione è, a mio parere, la forma più comune e sottovalutata ma è al tempo stesso, quella evitabile con una buona contrattazione.
Vediamo queste due realtà come a mio avviso sono composte.
Parte prima — Gli abusi volontari
Parto dal ramo più “facile”, nel senso che è quello su cui c’è meno ambiguità etica. Chi commette un abuso volontario sa cosa sta facendo. Può raccontarsela in mille modi, può usare il lessico kinky come foglia di fico, può travestirsi da Dom esperto — ma la sostanza è che sceglie di fare del male, o sceglie consapevolmente di ignorare un limite noto.
Dentro questa categoria ci metto, senza pretesa di esaustività:
- La violazione cosciente di un limite esplicito. La sub ha detto no a una certa pratica, il Top la fa lo stesso. La safeword viene pronunciata, il Top la ignora o fa finta di non averla sentita. Questo non è BDSM andato storto: è abuso, è stupro, è atto di violenza. Il contesto kinky non cambia la natura del gesto, anzi a mio avviso lo aggrava — perché è avvenuto in una cornice in cui la fiducia era il presupposto, dove la conoscenza, la contrattazione e il consenso, non deve solo essere esplicito ma anche informato e consapevole. Ogni forma di scusante è sostanzialmente un tentativo di sminuire il fattaccio.
- La menzogna in fase di contrattazione. Qualcuno dichiara una competenza che non ha, millanta incredibili conoscenze tecniche ed umane, omette una condizione personale che potrebbe portare problemi, o uno stato relazionale falso pur di ottenere consenso. Il consenso ottenuto così non è consenso se chi l’ha prestato, avrebbe fatto il contrario, conoscendo la verità.
- Il BDSM come copertura. Questa è la categoria più insidiosa, perché non riguarda praticanti. Riguarda persone che il BDSM non lo praticano, ma ne usano il lessico per legittimare comportamenti abusivi dentro relazioni — spesso di coppia, spesso con partner che nella scena non sono mai entrati. “Ma è BDSM, funziona così.” No, non funziona così. Chi parla in questo modo non è dei nostri e non lo è mai stato. La scena reale ha codici opposti: negozia, ascolta, si ferma. Molto spesso è legato a realtà del mondo virtuale e a situazioni private che non vivono mai la comunità attiva. Questo è un aspetto molto pesante, in alcuni casi decisamente brutto ma purtroppo noi come comunità, non possiamo mai intervenire se non per dire alle persone di stare attente a determinate dinamiche.
- L’abuso seriale mascherato da reputazione ed esperienza. Esiste, e va nominato. Il Dom o la Mistress conosciuti, stimati, “storici” nei loro ambienti, che per anni hanno fatto danni che la comunità intorno ha preferito non vedere perché erano scomodi da vedere. Millantatori di capacità e conoscenze, si ergono spesso a difensori dei nuovi, li mettono in guardia dai predatori seriali, scordandosi di far presente che sono loro stessi questi ultimi. Organizzano pseudo eventi con 10 persone a mo di setta di periferia che detiene grandi verità sul BDSM. Spesso si approfittano dei nuovi o cercano i fragili i problematici. Qui la responsabilità individuale è piena, sono loro i colpevoli dei loro pessimi comportamenti e dei loro eventuali abusi, ma la responsabilità è anche collettiva — del munch, del party, del nostro ambiente che purtroppo troppo spesso tollera determinati soggetti. Discorso molto complesso anche perché, in assenza di denunce, di questioni oggettivamente plateali, il loro lavoro è spesso sotterraneo. Come per altri casi, non ci resta che segnalare in maniera purtroppo privata i nostri amici e conoscenti dallo stare in guardia da certi ambienti.
Parte seconda — Gli abusi involontari
Questo è l’aspetto che mi preme di più, se con gli abusi volontari, non possiamo fare molto, se non segnalare determinati comportamenti o personaggi, con questo tipo di abuso, possiamo fare molto, una giusta prevenzione, riduce moltissimo il problema.
L’abuso involontario è quello commesso da qualcuno che non aveva intenzione di fare del male e che, molto spesso, resta sorpreso quando si accorge di averlo fatto. Non è un predatore. Non è in malafede. È una persona che ha sbagliato qualcosa — di solito qualcosa che gli sembrava scontato — e il cui errore ha prodotto un danno reale.
Qui devo dire una cosa che non piace sentire, ma che è il perno di tutto il ragionamento:
Il danno subito dalla vittima non dipende dall’intenzione di chi lo ha causato.
I segni sono gli stessi. Il trauma è lo stesso. La fatica a tornare in scena è la stessa. La differenza tra abuso volontario e involontario conta per stabilire la colpa di chi ha agito — non per stabilire il danno di chi lo ha subito. Chi agisce in buona fede non ha il diritto di pretendere dall’altro meno sofferenza, solo perché lui non sapeva.
Dentro gli abusi involontari distinguo almeno tre sottotipi. Potrebbero essere di più, ma questi tre li vedo ricorrere costantemente.
1. L’abuso da incompetenza
Chi lo commette sapeva cosa voleva fare, ma non sapeva farlo. Una sospensione fatta male, un impact play senza capacità tecnica, una pratica con implicazioni fisiche o psicologiche che l’esecutore aveva sottovalutato. È il danno di chi si è buttato oltre il proprio livello reale — spesso perché nella scena c’è una pressione implicita a sembrare più esperti di quanto si sia. Molto spesso, mi capita di osservare gente che ha una preparazione estremamente bassa ma che è convinta di saper fare, abbiamo spesso una forte dispercezione tra quello che pensiamo di saper fare e quello che sappiamo realmente fare. Non è cattiveria. È presunzione. E la presunzione in BDSM produce conseguenze a volte decisamente problematiche.
2. L’abuso da negligenza
Chi lo commette ha la competenza tecnica, ma nel momento specifico non l’ha applicata. Distrazione, fretta, stanchezza, alcol, overconfidence perché “con lei lo abbiamo già fatto mille volte”. È il danno di chi ha smesso di essere presente nella scena pur continuando a condurla. Anche qui non c’è dolo. A volte chi è anche realmente esperto, inizia a sottovalutare i rischi, inizia a non rispettare determinate procedure perché magari le trova noiose. L’eccesso di sicurezza di sé, spesso fa danni enormi.
3. L’abuso da omissione
Arrivo al punto. E anticipo che è quello a cui tengo di più, perché secondo me è il più frequente e il più evitabile.
L’abuso da omissione non nasce da ciò che è stato fatto contro un no. Nasce da ciò che è stato fatto in assenza di qualunque sì. È il danno che si produce non nel varcare un limite, ma nell’aver agito in un’area dove nessun limite era mai stato posto — perché nessuno aveva chiesto, nessuno aveva detto, nessuno aveva pensato che andasse detto.
Lo chiamo spesso lo schema “io non ho chiesto, tu non hai detto”, perché sono letteralmente le frasi che sento ripetere quando, a cose rotte, si prova a ricostruire cosa è andato storto:
“Ma io pensavo che fosse implicito.” “Ma lei non aveva detto di no.” “Ma io davo per scontato che lui sapesse che certe cose non le volevo.” “Ma non me l’ha chiesto, quindi ho pensato che per lei fosse normale.”
Ognuna di queste frasi, presa da sola, sembra ragionevole. Nessuno ha mentito, nessuno ha violato esplicitamente qualcosa. Eppure qualcosa si è rotto. E si è rotto perché il consenso, nel BDSM serio, non è un default. Non è la condizione che esiste finché qualcuno non la revoca. È una cosa che va costruita attivamente, pezzo per pezzo, prima che la scena cominci. Costruirla attivamente significa chiedere — non dedurre.
La contrattazione esiste esattamente per questo. Non è un formalismo burocratico. È il momento in cui si riempiono, uno per uno, i vuoti che altrimenti diventerebbero zone grigie. E le zone grigie, in BDSM, non sono zone neutre: sono il terreno su cui si fanno i danni peggiori, proprio perché nessuno li ha decisi.
La contrattazione è indispensabile perché l’omissione è pericolosa quanto la violazione.
Perché l’omissione è così frequente
Cerco di stilare una lista di ragioni per cui avviene spesso questo fenomeno:
- Fretta. Si negozia di corsa, “tanto ci capiamo”, “tanto lo abbiamo già fatto”. Si saltano domande che sembravano scontate. Non lo erano.
- Imbarazzo. C’è ancora chi prova vergogna a nominare certe pratiche prima di farle. Paradosso: siamo in un ambito che richiederebbe più articolazione verbale del sesso vanilla, e invece ne ha spesso di meno. Conosco gente che si vergogna anche di dire che vuole che si usi il condom, cosa che sarebbe da dare per scontata ma che ahimè così non è.
- Presunzione di competenza. Mi capita spesso di sentirmi dire, “Tu sei esperto, decidi tu”, o “tu sai quello che devi fare”, lasciando una specie di carta bianca al dominante. Se questo è una persona che ha testa, solitamente aggira facendo domande mirate e spiegando meglio alcuni aspetti, ma da sub, devi avere la fortuna di trovare una persona sensata.
- Verticalità del ruolo. Per un ruolo sottomesso, può essere difficile dire “aspetta, non abbiamo parlato di questo”. A volte, quando si entra a ruolo, ci si affida e non si ha il controllo della scena, ragione per cui, si delega al Top il dovere di creare le condizioni perché si stia dentro i paletti prestabiliti o in quella parte del famoso SSC che è “Safe and Sane”.
Nessuna di queste condizioni è una cattiveria. Tutte sono facilissime da incontrare, anche tra praticanti onesti. E nessuna di loro è una scusante quando qualcosa va storto.
La responsabilità verticale
Qui entro in un territorio dove non tutti saranno d’accordo, e va bene così.
Io sostengo — e lo sostengo da molti anni — che nella coppia che negozia una scena, la responsabilità di porre le domande giuste non è distribuita al 50%. Pende verso chi, in quella scena, prenderà il controllo.
Non perché il sub sia incapace di parlare. Ma perché chi agisce ha un obbligo in più di chi subisce l’azione. Chi sta per fare una cosa ha il dovere di sapere se quella cosa è benvenuta. Non può scaricare sull’altro l’onere di aver previsto tutto e di averlo detto prima.
Tradotto nella pratica: se come Dom non hai chiesto, non puoi poi dire “ma non me l’aveva detto”. La domanda era compito tuo.
Questo non toglie al sub la sua parte di responsabilità — parlare, fermarsi, ricontrattare. Gliela affianca. Ma la gerarchia, quando le cose si rompono, è quella. Chi ha il controllo ha anche l’onere del dubbio.
Il D/s come detto tante volte si basa sullo scambio di potere, il sub, si fida e si affida al Dom, questi ha la responsabilità sul sub, ragione per cui, dovendo condurre lui il gioco, deve avere tutte le informazioni necessarie. Va anche detto che, tu sub, vero che ti fidi, vero che deleghi al Dom la responsabilità di condurti, ma solo te, sai quello che vuoi e soprattutto non vuoi.
Prima i limiti, poi i desideri
C’è una gerarchia operativa che ripeto spesso su queste pagine, perché secondo me tiene in piedi tutto il resto:
Prima i limiti, poi i desideri hanno una gerarchia che pone a favore dei primi.
In una contrattazione si può cominciare parlando di cosa si vuole fare, anche di gattine e del tempo, non è tanto come si inizia, ma di tutto quello che si affronta nel discorso. Si comincia parlando di qualsiasi cosa ma si deve arrivare a parlare, in maniera precisa di quello che non si può fare, di quelli che sono i nostri limiti e di quello che non vorremmo mai subire. Hard limits, poi soft limits, dobbiamo creare una gerarchia per cui, prima quello che assolutamente non vogliamo, quello che poi potrebbe essere un “fastidio” e solo dopo mettiamo se vogliamo i desideri, le fantasie, i sogni.
Perché questa sequenza? Perché le conseguenze di un errore non sono simmetriche. Sbagliare sui desideri produce una delusione: una scena tiepida, un incontro meno memorabile di quanto si sperava. Sbagliare sui limiti produce un danno.
Una delusione lascia delusi. Un abuso — anche involontario — lascia segni.
L’abuso da omissione nasce quasi sempre da persone che hanno parlato di desideri e non hanno parlato di limiti. Si sono raccontate le fantasie e hanno dato per scontato che il resto fosse ovvio. Non c’è niente di ovvio, in una scena.
Cosa NON sto dicendo
Come sempre, metto i paletti prima che mi arrivino i messaggi arrabbiati — cosa che peraltro è sempre un piacere leggere per la mia parte profondamente “troll”:
- Non sto dicendo che ogni scena andata male sia un abuso. Le scene tiepide, imbarazzanti o sotto le aspettative esistono e sono parte della vita. Non sono abusi. Sono esperienze.
- Non sto dicendo che chi commette un abuso involontario sia un mostro. Sto dicendo che è responsabile. Sono cose diverse. Si può essere responsabili di un danno senza essere cattive persone — ed è proprio questa la ragione per cui è così importante nominarlo.
- Non sto equiparando abuso volontario e involontario. Ho fatto la distinzione apposta. Dal punto di vista della colpa sono cose diverse. Dal punto di vista del danno, purtroppo, possono non esserlo.
- Non sto criminalizzando l’errore in buona fede. Sto chiedendo che dopo l’errore ci si fermi, si ascolti e si impari. La buona fede non è un condono preventivo: è un motivo per riparare, quando possibile e per prevenire in futuro.
- Non sto dicendo che il sub non abbia voce in capitolo. Sto dicendo che sebbene do più responsabilità al Top creare le condizioni perché possa esercitarla. Senza quelle condizioni, la voce non si sente — e senza voce non c’è consenso.
- Non sto facendo una lezione di morale. Sto provando a nominare qualcosa che nella nostra scena italiana esiste, accade e quasi mai viene chiamato con il suo nome. Nominarlo è il primo passo per farne meno.
Una cosa da portarsi a casa
Se dovessi riassumere tutto questo in un’unica frase — di quelle che vorrei che restassero in testa ai miei lettori, che sono pochi ma esistono — sarebbe questa:
Il consenso non è ciò che rimane quando nessuno dice di no. È ciò che si costruisce quando entrambi hanno parlato di tutto.
Il resto è zona grigia. E la zona grigia, nel BDSM, non è un luogo neutro: è un luogo dove si fanno i danni peggiori, proprio perché nessuno li ha decisi.
— Maestroottanta