Pochi forse coglieranno la citazione del titolo, ma parliamo di queste tre paroline nate su una spilla nel 1983, diventate il catechismo del kink. Perfino chi le ha inventate ad una certa, ha alzato le mani. Piccola, dovuta resa dei conti con l’acronimo più abusato della scena — e una proposta per superarlo.
Cari amici, eccoci qua a dissacrare una delle sigle più conosciute e più importanti del BDSM. Dissacrare, sì. E perché? Perché questa sigla viene ancora usata come fosse legge, quando è stata sconfessata — da oltre vent’anni — dal suo stesso padre. Rinnegata da chi l’ha messa al mondo.
Il motivo per cui è nata, in fondo, era semplice: doveva stare su una spilla. Era uno slogan veloce, rapido, immediato, buono per dare un’immagine. E come slogan ha funzionato benissimo. Il problema è che uno slogan non è una legge assoluta, ma noi continuiamo a trattarlo come se lo fosse.
Partiamo da lì, allora. Da dove è nato davvero.
Piccola storia di tre paroline
La formula “Safe, Sane and Consensual” non nasce da un trattato di filosofia morale o da un conclave di scienziati. Nasce nel 1983, a New York, dentro un comitato della Gay Male S/M Activists (GMSMA). A firmarla erano in tre — Martin Berkenwald, Bob Gillespie e slave david stein (sì, in minuscolo: stein voleva essere scritto così) — in un documento che doveva definire l’identità e gli intenti dell’organizzazione. Non un decalogo per il gioco: una dichiarazione politica.
E come slogan politico esplose. Fu la marcia su Washington a portarla nel linguaggio comune: comparve nelle marce del 1987 e del 1993, e per quest’ultima finì stampata su uno striscione di sei metri del contingente S/M-Leather-Fetish. Erano gli anni dell’AIDS, dello stigma, di una comunità che aveva un bisogno disperato di dire al mondo esterno: sappiamo quello che facciamo, ne abbiamo parlato, lo facciamo insieme. Tre parole su una spilla erano esattamente lo strumento giusto per quel momento.
Ecco il punto che nessuno racconta mai: stein stesso, anni dopo, se ne dissociò. Nel suo saggio del 2002, “Safe Sane Consensual: The Making of a Shibboleth”, la definì appunto uno shibboleth — una parola d’ordine, un santino da recitare — e criticò apertamente il fatto che fosse diventata un dogma imposto ai principianti, usato per bollare come “non vero BDSM” tutto ciò che ne usciva.
Il creatore che rinnega la sua creatura. Se cercavate un motivo per smettere di trattare SSC come vangelo, ve lo firma il suo autore.
Smontiamola pezzo per pezzo
Safe — l’illusione del rischio zero
Tecnicamente la sigla dice che il BDSM deve essere sicuro: qualcosa che non comporti un pericolo reale. Bello. Il problema è che “sicuro” è un termine a tasso di interpretazione altissimo — è talmente interpretabile che, alla fine, non dice nulla. E soprattutto promette una cosa che non può mantenere: che una pratica possa essere resa priva di rischio. Non è così, e lo vedremo tra poco.
Sane — e qui viene il bello
Questo è il termine peggiore. Sane in italiano viene tradotto pigramente con “sano”, e da noi si è sempre tradotto così — ma è un “sano” sbagliato. In inglese sane non significa sano di corpo: significa assennato, di buon senso, sano di mente. Il concetto reale, quello che poi è stato spiegato, andrebbe reso proprio con “assennato” o “di buon senso”.
E anche tradotto bene, resta un problema: il buon senso di chi? Diventa soggettivo. Chi stabilisce cosa è “assennato” per un altro? Storicamente, tra l’altro, l’idea di “sanità mentale” è servita proprio a patologizzare le persone kinky. Mettere “sane” dentro il codice etico del BDSM è, a guardarlo bene, un bel controsenso.
Consensual — l’unica che si salva
E poi c’è il consenso. L’unica delle tre che regge davvero. Non a caso oggi tutti i divulgatori — soprattutto i fuffaguru e i divulgatori da Instagram — parlano ormai soltanto di consenso. Perché, molto semplice: è la base.
Ma proprio perché è la base, ribadirlo rischia di essere scontato. Se non c’è consenso, nella sessualità, non si parla di BDSM: si parla di violenza sessuale, di stupro, di abuso. Quindi quasi mi verrebbe da dire — grazie al cactus che deve essere consensuale. Senza consenso non è una pratica, non è un gioco: è violenza, e basta. È la conditio sine qua non. Il consenso non è una delle regole del BDSM: è la porta d’ingresso senza la quale non stai nemmeno entrando nella stanza giusta. Personalmente sarei tentato di toglierlo dalla sigla, perché sembra un’inutile ridondanza; lo tengo — ma solo per il concetto, che poi va eviscerato a sé, di “consenso informato”.
La via d’uscita: RACK
SSC è stata superata ormai da moltissimi anni. Perché è arrivata una visione più matura — e più onesta — quella in cui mi riconosco anch’io: RACK, Risk-Aware Consensual Kink.
RACK è un concetto più interessante perché smonta proprio il primo mattone: cade l’idea di “sicuro” in senso assoluto. Si parte dal presupposto che nessuna pratica sia realmente sicura al 100%, e quindi si smette di fingere. Non più sicuro, ma rischio consapevole.
Non è una mia invenzione, ed è qui che la storia torna a darci ragione. Il termine lo propone Gary Switch, contributing editor della rivista Prometheus, il 25 novembre 1999, sulla mailing list “TES-Friends” della Eulenspiegel Society. Il suo argomento era esattamente questo: nulla è perfettamente sicuro — nemmeno attraversare la strada. Paragonava il BDSM all’alpinismo: il rischio è parte essenziale del brivido, e non lo elimini negandolo, lo riduci con studio, tecnica e pratica. Non a caso RACK è diventato il riferimento di chi pratica edge play, dove l’assolutismo di SSC era solo un ostacolo ipocrita.
E poi c’è PRICK
Da RACK si è poi passati a PRICK — Personal Responsibility, Informed Consensual Kink. È un raffinamento più che una rivoluzione.
Cosa aggiunge? Un tassello che gli altri due lasciavano implicito: la responsabilità personale. Ognuno è responsabile di informarsi, di conoscere il proprio corpo e i propri limiti, di comunicarli. Sposta un po’ di peso dal “noi ci siamo accordati” al “io mi assumo la mia parte” — e contrasta quella deresponsabilizzazione comoda del “ho solo fatto quello che mi hai chiesto”.
Per onestà va detto: a differenza di SSC e RACK, PRICK non ha un padre né una data precisa. È emerso in modo diffuso nella cultura kink online, senza un atto di nascita. E va raccontato così com’è, senza inventargli una paternità che non ha.
Nessuna di queste è mai stata legge
Volete sapere la cosa più bella di tutta questa storia? Che nessuna di queste sigle è mai stata una legge, uno standard, un’autorità. SSC nasce dal report di un comitato di attivisti. RACK nasce da un post su una mailing list. PRICK nasce dalla conversazione collettiva della rete.
Sono nate tutte dal basso. E questo dice una cosa sola: la scena è viva, e continua a riscriversi le regole da sola, mano a mano che cresce. Chi ti sventola SSC come se fosse la Costituzione ha semplicemente smesso di ascoltare la comunità che quelle parole le ha prodotte — e poi superate.
Poi fino ad ora ho detto che nascono dal basso, ma in realtà sarebbe da analizzare bene, visto che spesso sì, sono tutte persone dell’ambiente, ma sono spesso piccoli comitati organizzati o singoli autori a creare sigle che poi vengono recepite o meno dalla comunità — ragione per cui, permettetemi con arroganza e presunzione di poter buttare nel mezzo anche la mia, personale: A-RACK.
La mia sigla: A-RACK
Dopo la disamina su SSC, RACK e PRICK, eccovi che vi presento il mio framework, una semplice integrazione ed evoluzione di RACK. Vi espongo il perché di questa mia scelta, prima vediamo però l’etimologia che mi sono inventato.
La chiamo A-RACK — semplicemente RACK con una A davanti. La A di asimmetrico. Prendetelo come un nome, un marchio: non provate a srotolarlo lettera per lettera. Per esteso lo leggo ARRACK — Asymmetric Responsibility, Risk-Aware Consensual Kink — ma è una didascalia che dice il senso, non un anagramma da far quadrare. Il nome racconta già la genealogia: non rinnego RACK, ci aggiungo il pezzo in cui — secondo me — RACK e PRICK si fermano un passo troppo presto.
In A-RACK la responsabilità si distribuisce in proporzione alla conoscenza e al potere ceduto: chi più sa e più tiene in mano, più risponde.
La contrattazione, a volte, è zoppa in partenza
Una delle basi fondamentali del BDSM è la contrattazione. Su questo non si discute. Il problema è che questa contrattazione, molto spesso, è asimmetrica e imperfetta. Perché? Perché di là dal tavolo non ci sono quasi mai due soggetti con un livello di esperienza pari.
Faccio un esempio che mi capita di vivere varie volte, come credo accada a chi è abbastanza conosciuto o gira la scena da un certo numero di anni.
Spesso capita di ritrovarsi davanti una ragazza giovane che, conoscendoti come persona che frequenta l’ambiente, ti si avvicina e ti dice: “vorrei provare la sottomissione… però fai te, perché mi fido, sei tu l’esperto e sai quello che fai.” Ti dichiara apertamente di non sapere nulla, e proprio per questo si affida a chi le è stato detto essere esperto e affidabile, o comunque consigliato.
Ora: di fronte a una così scarsa conoscenza del BDSM, e a un atto di fiducia così ampio, l’idea di spartire la responsabilità dell’accaduto al cinquanta e cinquanta mi sembra un po’ troppo furbesca — e legata troppo a una discolpa preventiva da parte del dominante. Il 50/50, in una situazione così, non è equità: è un alibi che il dominante si costruisce in anticipo. E il divario di conoscenza rende quella responsabilità impossibile da esercitare per il novizio: come fai a essere “ugualmente responsabile” di qualcosa che, per tua stessa ammissione, non conosci?
Un sub esperto che incontra un dom esperto, solitamente, ha una certa conoscenza di quello che farà, delle pratiche, delle eventuali situazioni anche sgradevoli che potrebbero accadere, dei pericoli, ecc. In quel caso si potrebbe parlare di responsabilità condivisa, e il PRICK avrebbe senso; è nell’esempio di prima, invece, che diventa fallace.
Vale in entrambe le direzioni
Attenzione, però: qui non sto dicendo che è il ruolo a decidere. Non è “il dominante paga sempre”. Lo stesso identico ragionamento vale per un sottomesso molto esperto che va a svezzare — passatemi il termine — un dominante inesperto. L’asimmetria non segue chi comanda: segue chi sa.
In questi casi il consenso informato e il rischio conosciuto non è che vengano meno — diventano asimmetrici. È normale che chi ha una conoscenza pratica e teorica nettamente superiore debba fare anche da guida. E chi fa da guida, chi indirizza, chi decide come si passa da una fase di gioco all’altra, si carica per forza di cose di una responsabilità maggiore.
Scomponiamo la responsabilità
E qui arriva il punto che, secondo me, trasforma A-RACK da chiacchiera a struttura. Perché la responsabilità non è una cosa sola: è un mazzo di cose diverse, e ognuna ha il suo portatore naturale.
Facciamo l’inventario:
- Responsabilità di dichiarazione — i limiti, la salute, i trigger, le cose che ti fanno stare male sul serio. Le conosce solo il sottomesso. Nessuno può dichiararle al posto suo: è la sua parte, e non è delegabile.
- Responsabilità di competenza ed esecuzione — la tecnica, il leggere un corpo, il fare materialmente la pratica senza combinare danni. È del dominante.
- Responsabilità di cura — l’aftercare, l’accorgersi del drop, il fermare la scena un secondo prima che serva. Anche questa è del dominante.
Vedete cosa succede? Non ho affermato niente. Ho solo fatto la somma. E il grosso del peso cade dalla parte del dominante — non perché comanda, ma perché è quello che sa e quello che agisce.
L’asimmetria non è un dogma che ti impongo: è quello che resta quando fai i conti.
Dove si sposta il peso
Poi c’è il secondo pilastro, ed è quello che, nel D/s classico, chiude il discorso: lo scambio di potere. Quando una parte cede il controllo e l’altra lo prende nelle proprie mani, dare una responsabilità perfettamente simmetrica e bilanciata mi sembra semplicemente illogico.
Che non vuol dire — e qui sto attento — che il sottomesso non abbia responsabilità. Ce l’ha, eccome, e soprattutto in fase di contrattazione: deve dichiarare i propri limiti, le proprie eventuali problematiche, i propri desideri, tutto l’insieme di cose che solo lui può sapere. Questa è una sua responsabilità, e non è delegabile a nessuno.
Ma nella conduzione pratica il baricentro si sposta, se non del tutto, in massima parte sul dominante. Perché è lui che oggettivamente mette in atto la scena e conduce il gioco. E quindi, nell’eventualità di un errore: per quanto il rischio di sbagliare sia messo in conto da entrambi, se materialmente qualcosa va storto, a sbagliare è il dominante, non il sottomesso — nella stragrande maggioranza dei casi. Chi tiene la corda, la frusta, il ritmo, tiene anche l’errore.
Il dominante ha il controllo. Ha preso nelle sue mani il potere che gli è stato ceduto. Di conseguenza la responsabilità, per me, è asimmetrica e pende verso di lui. Senza ombra di dubbio.
Si potrebbe eccepire che il sottomesso ha un insieme di segnali che dovrebbe usare per dare feedback di ritorno, è vero, è una sua responsabilità farlo, ma a volte, per varie ragioni che potremmo approfondire un’altra volta, questi segnali sono imperfetti o del tutto assenti.
Il potere è un debito, non un diritto
E qui arrivo al cuore, alla cosa a cui tengo di più. In un rapporto verticale l’autorità non è un diritto che possiedi e poi eserciti con giudizio. È un debito che accetti.
Rovescio la frittata rispetto a PRICK.
PRICK dice: ognuno risponde delle proprie scelte.
A-RACK dice: in uno scambio di potere vero, uno ha prestato all’altro la propria capacità di scegliere — e quel prestito è esattamente ciò che crea il dovere in più. Hai potere perché ti sei preso la responsabilità, non ti prendi la responsabilità perché hai il potere.
Non c’è un RE che ha potere sui suoi sudditi: nel BDSM lo scambio di potere parte dal basso verso l’alto.
Chi ha letto il mio pezzo sugli abusi lo riconoscerà subito: l’abusante per omissione è precisamente il dominante che ha preso il potere ma non il debito che ci veniva attaccato.
Il paradosso della resa
C’è una cosa controintuitiva che, secondo me, è il vero motore di tutto: più profonda è la sottomissione, più cresce il dovere del dominante. Sembra il contrario del buon senso — “ma se si è affidato lui, la responsabilità è sua” — e invece no.
Sottomettersi non scarica il peso sul sottomesso. Gli toglie la capacità di proteggersi da solo. La corda, il bondage, il subspace, la privazione sensoriale: sono tutte cose che portano via al sottomesso perfino la possibilità di usare le responsabilità che gli restano. Una safeword non la pronuncia chi è troppo in fondo.
Quindi la fiducia non trasferisce niente. Apre un vuoto di protezione — e quel vuoto lo deve riempire chi ha in mano la scena.
Più uno si consegna, più l’altro è tenuto a rispondere. La vulnerabilità non spegne il dovere di cura: lo moltiplica.
A-RACK contiene PRICK, non lo nega, ma copre uno spettro più ampio di situazioni
Attenzione a non capirmi male: non sto buttando via PRICK. Sto dicendo che PRICK è un caso particolare che può essere interno ad A-RACK.
Mettiamo sui piatti della bilancia le competenze delle due parti ed analizziamo il divario di competenza che si viene a creare.
Due esperti che si incontrano per un gioco leggero → i piatti della bilancia sono praticamente quasi in equilibrio, e si torna alla simmetria. Ed è lì, esattamente lì, che PRICK funziona benissimo.
Una novizia che si consegna del tutto → i due piatti della bilancia sono completamente sbilanciati verso uno, il peso frana sul dominante.
Ecco perché A-RACK non contraddice PRICK: lo generalizza. PRICK è A-RACK con l’ago della bilancia al centro. E a chi mi dice “ma a volte è davvero cinquanta e cinquanta” rispondo: sì, ed è il mio schema a dirti quando.
Una regola non serve per i casi facili. Serve per quelli sbilanciati — ed è lì che le altre sigle tacciono.
Non sto inventando niente (e questo è il bello)
Se questa idea vi suona radicale, sappiate che ha radici profonde. Qualcuno punterà il dito dicendo che sostengo questa tesi perché sono della “old school”, in parte è vero, ma credo che non tutto quello che è vecchio è sorpassato. La vecchia scuola leather lo diceva già a modo suo: il Top è responsabile della scena. E anche il pensiero più recente che va verso il PRICK, dove si vuole per forza di cose spalmare la responsabilità in parti uguali, potrebbe andare bene per alcune figure kinky, dove il gioco è puramente edonistico ed in un infinito switchare la gente fa e subisce pratiche in maniera edonistica senza un reale e profondo scambio di potere. Non vorrei che questo sembri un giudizio morale, sono un liberale e credo che ognuno possa e debba giocare come meglio crede, ma, se parliamo di BDSM, di D/s nello specifico, dove lo scambio di potere è reale, allora, non mi sta bene, non credo in questa simmetria in un rapporto verticale.
La vera novità di A-RACK non è dunque l’idea che il dominante porti più peso. È prenderla sul serio come principio e dirla ad alta voce, dove PRICK — con la sua “responsabilità personale” spalmata in parti uguali — sceglie di non arrivare. E qui va riconosciuto onestamente: PRICK quella simmetria la mette apposta, per evitare che il dominante diventi il “custode” del benessere altrui e per proteggere l’autonomia del sottomesso. È un’obiezione seria. La mia risposta è che non sto togliendo autonomia né responsabilità al sottomesso: sto solo smettendo di fingere che una scena di scambio di potere sia una partnership tra pari. Perché non lo è. È il suo bello, ed è la sua responsabilità.
Cosa NON sto dicendo
Prima che qualcuno mi interpreti in maniera sbagliata, voglio mettere dei paletti.
- Non sto dicendo che il sottomesso è un oggetto passivo che non decide niente. Quello è l’errore opposto, ed è un’altra forma di mancanza di rispetto: l’infantilizzazione. Troppo spesso si sente parlare di sub, specie i novizi, come se fossero bambini incapaci di provvedere a se stessi. Il sub sceglie, eccome — sceglie perfino di consegnarsi.
- Non sto dicendo “sono responsabile quindi decido io e basta”. Più responsabilità non è più potere: è un vincolo in più sul dominante, non un permesso. In A-RACK la responsabilità limita l’autorità, non la gonfia.
- Non sto assolvendo il sottomesso dal suo dovere di dichiarazione. Quella parte resta sua, sempre, e non gliela toglie nessuno.
- Non sto dicendo che il dominante deve incassare la fiducia cieca. Anzi, è l’esatto contrario: il suo primo dovere è rifiutare l’assegno in bianco. Davanti al “fai te, mi fido” la risposta di un dominante responsabile non è prendere in mano la scena — è colmare prima il divario di conoscenza. Chi incassa il “fai te” e ci marcia ha già tradito il concetto di consenso informato.
In chiusura
SSC ci ha rotto il cactus non perché fosse sbagliata come sigla, ma perché l’abbiamo superata — e le idee imbalsamate, nel kink come altrove, smettono di servire.
Il consenso, comunque la giri, resta l’unica parola non negoziabile: è la base di partenza, non una voce fra le tante. È per questo che nella mia sigla non lo metto in gara con il resto — lo do per fondamento. A-RACK prova solo ad aggiungere una cosa che la scena, secondo me, sa già ma non ha mai messo per iscritto: che il potere e la responsabilità viaggiano insieme, e che chi prende l’uno si carica l’altra.
Poi, per carità: è solo una sigla in più, buttata sul tavolo dall’ennesimo megalomane. Esattamente come tutte le altre. E come tutte le altre, vive solo se la comunità decide che serve.
— Maestroottanta