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Jean Cojon e la dittatura della mediocrità

Maestroottanta · 17 Settembre 2026 · 12 min di lettura · 0 commenti ·

Salve a tutti i miei lettori.

Premessa

Apro Instagram. Per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta eccola lì, la frase mitica, scolpita su sfondo pastello con font elegante: «non si colpiscono i reni».

Già qui capisco che il grande Jean Cojon, in coppia con l’inseparabile Gianpirlo, si è messo a disquisire. A dare grandi insegnamenti sul BDSM. E ci sarebbe pure da applaudire, se non fosse che i due non sanno di cosa stanno parlando. Non in senso figurato: proprio in senso letterale.

Da quella frase voglio partire per una riflessione su quanta mediocrità ci sia nel divulgatore medio BDSM che gira per il web.

Le reni e i reni

Facciamo un piccolo ripasso di italiano, visto che la lingua è la prima cosa che un divulgatore dovrebbe saper maneggiare.

Le reni, al femminile, in gergo sono i fianchi: la schiena, la parte lombare. Quella del colpo di reni, del mal di reni dopo una giornata a spostare mobili, dello spezzeremo le reni alla Grecia…

I reni, al maschile, sono gli organi interni. Stanno lì dietro, collegati al sistema urinario, e fanno un lavoro piuttosto importante.

Due cose diverse. Jean Cojon non conosce né la differenza né quello che comporta dire «non si colpiscono i reni». Ha sentito o letto la frase da qualche parte, gli è sembrata giusta e l’ha ripubblicata con il tono di chi l’ha scoperta sul campo.

Chi non conosce la differenza tra le reni e i reni non ti sta insegnando anatomia. Ti sta solo ripetendo uno slogan.

Jean Cojon e Gianpirlo

D’altra parte il buon Jean Cojon e Gianpirlo sono gli stessi che hanno profili con nick altisonanti, foto rubate sul web, millanta millant’anni di esperienza, ma giocano solo in privato perché alle feste loro non vanno, ed è la ragione per cui nessuno li ha mai visti. Questo sempre nella speranza di turlupinare qualche novella giovine che passa per la strada del kinky mondo. Hanno capito che darsi un tono su Instagram oggi — e su qualche altro social di moda domani — è quello che potrebbe dargli un po’ di visibilità e di successo.

Il reel da sessanta secondi. Il carosello con le dieci cose che mai e le dieci cose che sempre. La sicurezza granitica di chi, a occhio, una frusta l’ha tenuta in mano per la durata di un workshop — e forse nemmeno quella.

Quelli che il consenso è la cosa più importante e, non avendo altri argomenti, o ti ripetono per la milionesima volta la storiella del consenso spiegandoci il sesso degli angeli, o se ne escono con le castronerie stile «i reni non si colpiscono».

Ma attenzione: non sono due persone specifiche, sono due fattispecie. Di Jean Cojon e di Gianpirlo ce ne sono a decine, e cambiano nome ogni stagione.

Jean Cojon parla. Gianpirlo annuisce e condivide. Il pubblico mette like, salva il post, lo gira all’amica che “si sta avvicinando al mondo”. E la frase fa il giro, rimbalza, si moltiplica, finché diventa verità rivelata.

Quando il carosello arriva al party

Il problema della divulgazione fatta male è che non resta su Instagram. Chi la legge la prende come una base reale, ci si ispira, ci costruisce sopra la propria idea di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

E così mi può capitare, a un play party, che qualcuno mi si avvicini per dirmi: «Ho visto che hai colpito i reni di quella ragazza.»

Senza sapere cosa ha visto. Senza sapere con cosa, con quanta forza, dove è arrivato il colpo. Ma lui lo sa, perché l’ha letto sul carosello Instagram di Jean.

È disturbante. È molto stupido. Ed è pure parecchio fastidioso.

Detto questo, andiamo ad analizzare quali sono realmente le questioni.

Il luogo comune non si può fare

Il problema non è di pignoleria lessicale. È culturale, è pratico ed è serio.

Nel BDSM, e nell’impact in particolare, il luogo comune non si può fare. Non “è sconsigliabile”: non è proprio possibile. Una frase come «non si colpiscono i reni», presa da sola, non significa niente, perché quello che succede quando uno strumento — o un piede, o una corda — incontra un corpo dipende da una serie di variabili. E chi fa divulgazione dovrebbe conoscerle prima ancora di aprire bocca.

Qui sta la distinzione che vi chiedo di tenere a mente.

La regola è “non si fa”. Serve a chi non sa niente. È un guardrail, e ci sta che esista: chi comincia deve avere dei paletti prima ancora di capirli, ma quei paletti non possono e non dovrebbero essere fuorvianti.

Il criterio più corretto è spiegare e capire: “perché non si fa, con cosa, con quanta forza, su quale corpo, in quale situazione”. È quello che impari in anni di pratica, di errori propri e altrui, di confronto con chi ne sa più di te.

La regola è la prima pagina del libro. Jean Cojon te la vende come se fosse il libro intero, visto che il resto non l’ha mai letto.

Forse Gianpirlo ha letto mezzo Bignami, e diventa anche peggio: è pure più pericoloso, perché dà una parvenza di conoscenza.

Una regola senza perché non protegge nessuno. Rimanda soltanto il problema. Non fa chiarezza: a volte mette più dubbi.

Innanzitutto, i corpi

Partiamo da un presupposto: non è possibile generalizzare. E la prima ragione sono i corpi.

Va da sé che un ragazzo ventenne atletico e una ragazza piccola, magrissima, quasi anoressica, non sono la stessa cosa. Né lo sono una donna anziana e magari obesa, un uomo da un metro e novanta per centoventi chili, un ragazzo da un metro e sessanta per cinquanta. Hanno fisicità, resistenze, elasticità altamente diverse. Nella struttura di base sono uguali: stessi organi, stesse ossa, stessa anatomia da manuale. Anche i famosi reni sono molto simili. Nel risultato no: in quello che a noi interessa, le diversità diventano determinanti.

Io un corpo che definirei standard non l’ho mai visto. In una serata trovi il giovane e il più anziano, il magro e il grasso, l’atleta e quello che non lo è affatto, quello in forma e quello che non fa nulla dalla mattina alla sera. Trovi tutto.

La mediocrità, nel carosello, questo non lo mette. Lì il corpo è sempre uno solo: quello generico, medio, disegnato con due linee. Quel corpo, nei dungeon, non l’ho mai incontrato.

Un esempio dalle corde: il gyaku-ebi

Facciamo un esempio pratico, e prendiamolo dal bondage, così nessuno pensa che il discorso valga solo per le fruste.

Nello shibari c’è una posizione che si chiama gyaku-ebi, il gambero inverso. È una posizione molto, molto pesante per la colonna, per la schiena.

Se la fa una ragazza giovane, atletica, in forma, senza chili di troppo, problemi non ne ha. Se la fai con una persona più anziana, o con qualcuno che ha — come il sottoscritto — una discopatia con le ernie del disco operate, potrebbe finirci in sedia a rotelle.

E quindi? Diciamo «non si fa il gyaku-ebi perché è pericoloso»? È una stupidaggine. Il gyaku-ebi è né più né meno come tante altre posizioni: c’è chi le tollera e chi no. Ogni persona ha delle cose che può fare e delle cose che non può fare.

Non esistono posizioni pericolose. Esistono posizioni sbagliate per quel corpo.

Il paradosso del trampling

Adesso un esempio che ribalta le aspettative. Tutti, quando si parla di organi interni, pensano alle fruste. E invece una delle pratiche che mettono più in sollecitazione gli organi interni — paradossalmente, nessuno ci pensa mai — è proprio il trampling.

Perché qui conta moltissimo il peso, diviso per la superficie d’appoggio.

Una persona molto pesante su un tacco a spillo sottilissimo eserciterà una pressione enormemente più alta di una ragazza leggera a piedi nudi, o con un anfibio dalla pianta larga. Ed è proprio il tacco a cambiare tutto: anche un peso leggero, se concentrato su una superficie minuscola, diventa estremamente penetrante. Non a caso i libri di fisica usano da sempre lo stesso esempio: una donna sui tacchi a spillo scarica sul pavimento più pressione di un elefante.

E poi c’è chi sta sopra e chi sta sotto. Se sotto c’è un omone grande, grosso e muscoloso e sopra una ragazza giovane e sottile, è un conto. Se sotto c’è la ragazza giovane e sottile e sopra c’è un signore di due metri per centocinquanta chili, le cose cambiano parecchio. Poi conta come ti appoggi, dove ti appoggi, su quale parte del corpo. È un insieme.

E allora che facciamo? Diciamo che il trampling può essere pericoloso per gli organi interni, quindi il trampling non si fa? Oppure «non si fa trampling sugli organi interni», cioè, in pratica, da nessuna parte, visto che mezzo busto ci sta sopra?

Agli organi, prima di arrivarci, ce ne vuole. Ma col trampling compressioni importanti su alcune zone anatomiche le puoi avere eccome. Anche qui il concetto è relativo: dipende da tutto il resto.

E poi c’è l’impact

Nell’impact, oltre al corpo e ai punti, conta tantissimo lo strumento. Ed è qui che il cartello si sbriciola del tutto.

Gli strumenti leggeri

Le code di un gatto o di un flogger, come impatto, non vanno molto sotto il derma. Al massimo arrivano ai primi strati di adipe o di muscolo. Da lì a un organo c’è ancora tanto, tanto spazio. È difficile persino farci un ematoma. Lo stesso discorso, con le sue differenze, vale per una single tail o uno slapper: segni in superficie, sì; profondità, no.

Gli strumenti pesanti

Un ematoma lo puoi fare, invece, con un cane, con una canna di bambù, con un bastone, con un paddle in legno, con un nerbo di bue. Perché lì c’è un peso, c’è una massa molto diversa, e l’impatto arriva molto più in profondità.

Ma anche lì. Se cominciamo a colpire sotto le costole fluttuanti con una canna di bambù, tanto da lesionare qualcosa o provocare un versamento all’altezza del rene, siamo più in un carcere nordcoreano che in una sessione di BDSM.

Io, in vent’anni, colpi di bastone su fianchi, reni o torace così forti da provocare ematomi interni, versamenti o danni non li ho mai visti.

Il problema è a monte

E se qualcuno lo fa? Non significa che quella pratica non va fatta. Significa che lì abbiamo una persona pericolosa, che sta facendo una cosa che non va fatta, e questo è uno che non dovrebbe proprio fare BDSM.

Se ti manca la capacità di discernimento per capire che non puoi colpire qualcuno all’addome con un bastone o una mazza, allora devi stare a casa. Il problema è molto più serio e molto più a monte di qualsiasi pratica.

Prendete un paddle di legno che sembra un remo da barca e datelo con violenza sotto le costole: in questo caso diventa altamente pericoloso davvero, roba da fuori di testa. Ma ribadisco il concetto: stiamo parlando di qualcosa di sbagliato all’origine. Chi colpisce qualcuno sotto le costole con un paddle di legno o non sa quello che sta facendo, o è pazzo, o ha perso il controllo completamente. In qualsiasi caso non deve stare nell’ambiente, e non deve essere tollerato.

Per tutto il resto, arrivare a lesioni con versamenti interni è molto difficile. A meno che tu non faccia cazzate veramente grosse, con strumenti inadeguati, come già detto. E allora sì, la regola «non si colpiscono i reni» secondo alcuni serve a proteggerti da una persona altamente inesperta che quelle cazzate potrebbe farle davvero.

Ma uno così non lo ferma un post su Instagram. Lo ferma la selezione all’ingresso, la segnalazione e l’espulsione dall’ambiente.

La dittatura della mediocrità

Il guaio non è che Jean Cojon esista. Di Jean Cojon ne è sempre stato pieno il mondo, anche prima dei social: stavano al bancone dei party a spiegare il BDSM a chiunque entrasse. Il singolo non è il problema, e infatti non me la prendo con nessuno in particolare: di tizi così ce ne sono n, e il prossimo ha già aperto il profilo.

Il problema è il sistema che li premia. Un meccanismo in cui vince il contenuto più semplice, più condivisibile, più rassicurante. Dove la frase che sta in una slide batte sempre il ragionamento che ne richiede tre.

E allora la regola pensata per chi non sa niente diventa il metro di tutti. Chi pratica da vent’anni e ragiona per criteri viene guardato con sospetto. Chi prova a fare un distinguo passa per irresponsabile. Chi risponde “dipende” — che è la risposta onesta a quasi ogni domanda seria nel nostro mondo — viene accusato di mettere in pericolo la gente. E al party arriva quello che ti dice che hai colpito i reni.

Così la scena si livella verso il basso. Non per cattiveria: per comodità. È più facile condividere un cartello che ascoltare un ragionamento. E il metro, alla fine, lo fissa il più insicuro della stanza, perché è quello che ha più bisogno di regole assolute per sentirsi al sicuro.

Questa è la dittatura della mediocrità. Non ha carri armati. Ha i caroselli.

Il vero whipper

E allora, il vero whipper cosa fa? Colpisce dove non si deve?

No.

Il vero whipper non ha bisogno del cartello perché sa cosa c’è sotto la pelle che ha davanti. Sa dove finiscono le costole e dove comincia la zona che non perdona. Conosce il suo strumento, sa quanta energia arriva con quale gesto, legge il corpo e le reazioni della persona che si è affidata a lui. Le zone da evitare le evita per conoscenza, non per obbedienza. E quando qualcuno gli chiede perché, sa rispondere.

Questa è la differenza tra chi pratica e chi recita. Uno sa. L’altro ripete.

Conclusione

Ogni volta che qualche influencer BDSM dice «non si colpiscono i reni», da qualche parte un vero whipper muore. Non di dolore: di noia. E un po’ anche di rabbia, perché sa che quella frase, detta così, non renderà nessuno più sicuro. Renderà solo qualcuno più convinto di sapere.

Il mediocre non ha paura di sbagliare. Ha paura che qualcuno sappia fare meglio di lui.

— Maestroottanta

Tag: consenso divulgazione impact play divulgazioneimpact play etica kinky politicizzazione RACK
Maestroottanta

Autore di KinkyItalia.

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