Salve a tutti i miei lettori.
Premessa
Ai miei inizi — parlo dei primi mesi, quando ancora non conoscevo davvero le dinamiche — mi capitò di giocare con una ragazza. Prendo il flogger, mi preparo a colpirla, e lei chiama la safeword. Mi fermo. Ricominciamo, alzo il braccio, e lei la richiama. Per gioco. Alla terza ho chiuso lì: “adesso basta, se non hai voglia lascia perdere, ciao”. Lei ci è rimasta male, io me ne sono andato.
Quella sera mi ha lasciato addosso una confusione enorme. Perché se la safeword serve a interrompere il gioco e a ritirare il consenso, e tu la usi così, quella parola perde ogni valore. Diventa uno strumento di bratteggio — e mi rendo conto che è un termine mio, non lo troverete nei testi della community, ma rende l’idea: la safeword usata come parte del gioco, non come uscita dal gioco.
Il pericolo è quello della favola: al lupo al lupo. Se la chiami quando non serve, nel momento in cui serve davvero nessuno sa più distinguerla.
Da allora non mi è più successo, perché ho imparato a gestire le cose diversamente. E su quel “diversamente” è costruito tutto questo articolo.
Vi avverto subito: qui dentro c’è una contraddizione che non nascondo. Sosterrò che la safeword è uno degli strumenti più potenti del BDSM, e allo stesso tempo vi dirò che io, quasi sempre, non la uso.
Cos’è la safeword — e cosa non è
La safeword è una parola concordata che interrompe il gioco, ritira il consenso e dice basta a prescindere dalle ragioni.
Non è una contrattazione. Non è interpretabile. È un segnale di stop: il Dom si ferma, e non può ignorarla. Punto.
Attenzione a questo passaggio, perché è il presupposto di tutto il resto: la safeword non sostituisce la negotiation, la completa. Se la contrattazione è stata fatta bene — profonda, accurata, onesta — voi avete già in mano gli hard limits e i soft limits. La contrattazione copre il prevedibile. La safeword copre l’imprevisto: quello che non avevate messo in conto, quello che succede nel corpo di una persona mentre state giocando e che nessuno dei due poteva sapere prima.
La contrattazione copre ciò che avevate previsto. La safeword copre ciò che non potevate prevedere.
C’è un dettaglio che di solito nessuno racconta, e che secondo me spiega mezza faccenda. La safeword nasce per un motivo linguistico preciso: serve soltanto quando “no” e “basta” sono stati deliberatamente privati del loro significato ordinario, cioè quando avete concordato che la resistenza fa parte della scena [1]. È il motivo per cui “no” è l’unica parola che una safeword non può essere: serve a inscenare la resistenza, quindi non può essere quella che la interrompe [2]. In una dinamica in cui “no” vuol dire no, la safeword non ha nulla da fare: il “no” funziona già.
La parola diventa uno standard di scena tra gli anni Settanta e Ottanta, con la codificazione dei protocolli nei play party americani, e diventa di dominio pubblico solo negli anni Duemiladieci, quando finisce nella narrativa mainstream — dove peraltro il protagonista che la introduce è lo stesso che poi la ignora [3]. Il che è un ottimo riassunto di tutto quello che sto per dirvi.
Il pregio: una clausola di riserva dentro la cessione
Detto questo, la safeword è un grande strumento di consenso. Il migliore che la community abbia prodotto, se vogliamo dirla tutta.
Perché in uno scambio di potere il sub cede il potere — è quello il punto della faccenda — ma mantiene la possibilità di fermare tutto in qualsiasi momento. È una clausola di riserva dentro la cessione. Cedo, ma non consegno le chiavi e basta: il potere che ti ho dato te lo posso richiamare adesso, senza motivare, senza discutere, senza chiedere il permesso.
Chi ha letto il mio articolo su A-RACK sa che per me il potere non è un diritto del dominante: è un debito che gli viene prestato dal basso. La safeword è la forma più nuda di quel principio — la prova che il prestito è revocabile all’istante.
E proprio qui, proprio in ragione di questa sua potenza, cominciano i problemi. Perché uno strumento così forte, se usato male, fa danni proporzionati alla sua forza.
Cinque modi in cui la safeword non funziona
1. Quando viene snaturata
La safeword chiamata per brattaggio, per paura, per leggerezza — “ho bisogno di una pausa” — la depotenzia.
Chiedere una pausa è legittimo, sia chiaro. Ma non si chiede con lo strumento sbagliato. Per quello c’è il semaforo: giallo, arancione, verde, con cui si prende fiato, si rallenta, si segnala che qualcosa sta cambiando. La safeword vera è solo il rosso: quello che interrompe.
La safeword deve essere uno stop. Non va usata per altro. Punto.
2. Quando il sub non può chiamarla
Ci sono situazioni in cui la persona non è materialmente in condizione di usarla.
Il subspace. Una persona “in bolla” quasi sempre non può chiamarla, e soprattutto non è in grado di valutare se dovrebbe. Le endorfine alterano la percezione — e qui dico una cosa che va oltre quello che troverete scritto in giro: se la percezione è alterata, è alterato anche il consenso. Degradato. Una persona in subspace profondo direbbe di sì anche se le proponessi di segarle una gamba, perché ha perso la cognizione della realtà.
Non sto dicendo che il subspace vada interrotto — è una delle cose più belle che il BDSM produce. Sto dicendo che va gestito, e che chi lo gestisce è il dominante, non la parola.
Le pratiche. Il breathplay — non tutto, ma una fetta — rende quasi impossibile pronunciarla. Il waterboarding. Le mummificazioni estreme. E non serve arrivare agli estremi: basta una semplice gag ball.
L’ambiente. Una sessione a una festa, la frusta, la musica altissima: potresti semplicemente non sentirla. Qui il fallimento non è del sub, è del contesto. Le fonti della community elencano tra i modi di fallimento anche il Top che non riconosce la safeword perché non l’aveva mai sentita urlata, o sussurrata, o gemuta in quel modo [4]. Aggiungeteci una cassa a tremila watt e avete il quadro.
I safe signal. È in questi casi che si parla di segnali corporei concordati: battere il tacco due volte, stringere la mano, dare dei calcetti. Concordati — e ribadisco ancora una volta la contrattazione.
Ma attenzione, perché questi segnali non servono a bloccare il gioco, anche se puoi deciderlo: servono a gestirlo. Stanno a cavallo tra il feedback — che è uno strumento importantissimo, essenziale nel BDSM — e la safeword vera e propria.
Da qui viene la distinzione che secondo me manca a tutto il discorso corrente. Non c’è uno strumento: ce ne sono tre, e fanno tre lavori diversi.
Il feedback — comunicazione continua, verbale e corporea. Gestisce l’evoluzione del gioco.
Il safe signal — segnale concordato, spesso corporeo. Modula, rallenta, avverte.
La safeword — stop assoluto, non interpretabile, non negoziabile.
Il problema non è la safeword. Il problema è che la gente le fa fare tutti e tre i lavori.
E qui apro una parentesi, perché merita un articolo a sé e ci tornerò. Feedback e safe signal sono, a mio avviso, lo strumento più importante che un dominante abbia. Con un buono scambio di feedback, di sensazioni e di legame tra le persone si controlla la situazione a tal punto da non arrivare mai al momento in cui la safeword servirebbe.
Che è una cosa diversa dal dire che non serve. Non serve perché non ci arrivi.
Tenetevi questa frase, perché è quella su cui poggia tutto quello che segue: i tre problemi che sto per elencarvi sono problemi della safeword quando è l’unica cosa che avete in mano.
3. Quando il sub non vuole chiamarla
E qui arriviamo alla parte psicologica, che è la più seria.
Il sub — specialmente se inesperto, ma non solo — tende a non chiamarla anche quando ne avrebbe bisogno. Va oltre il proprio limite e da lì si porta a casa dei traumi. I motivi sono sempre gli stessi:
Paura di fare brutta figura — di non essere all’altezza.
Paura di far fare brutta figura al proprio dominante.
Imbarazzo — il contesto, le persone presenti, il momento.
Non sentirsela di dire di no, pur non volendo davvero fare quella cosa.
Quindi la safeword, che lì servirebbe davvero, non è uno strumento utile: per ragioni psicologiche non verrà chiamata.
E c’è un dettaglio che secondo me è il vero problema. L’unica soglia a cui verrà effettivamente chiamata è quella estrema: il malore, la situazione talmente grave che il sottomesso si sente costretto. Ma a quel punto la sta usando come richiesta di aiuto concreto, non come volontà di interrompere il gioco.
La safeword viene chiamata solo quando è già troppo tardi perché serva.
Nel suo intervallo utile — quando il gioco sta andando oltre ma non è ancora un’emergenza — è psicologicamente inaccessibile. È un allarme antincendio che suona a casa già bruciata. E i numeri lo confermano: le violazioni del consenso nella scena avvengono tipicamente nei primi cinque anni di pratica [5], cioè esattamente addosso ai sub inesperti di cui sto parlando. In un rilevamento successivo, un praticante su quattro riferisce di aver subito almeno una violazione del consenso [6].
4. Quando diventa l’alibi del dominante
Qui viene il problema grosso, ed è dalla parte del manico.
I dominanti — spesso i più esperti, ma non solo — fanno affidamento sul sub e sulla safeword. Strafanno. Forzano la mano. Tentano di sorpassare i limiti. Tanto c’è la safeword. E siccome, per le ragioni psicologiche che ho appena elencato, il sub non la chiama, si sentono autorizzati ad andare oltre il concordato, a fare cose più pesanti di quelle contrattate.
Poi escono le problematiche. Il sub resta traumatizzato, resta scontento, a volte ha subito un vero e proprio abuso, e ne rimane scottato. E il dominante fa spallucce:
Ma non hai chiamato la safeword. Potevi usarla. Avevamo concordato che potevi stoppare il gioco e non l’hai fatto.
Ribaltando la responsabilità reale addosso al sub. Delegittimandolo e scaricandogli la colpa dei propri errori.
Non è un’ossessione mia: nella letteratura della community questo meccanismo ha un nome, Safeword Defense [7] — il ragionamento per cui, non essendo stata pronunciata la parola, qualunque preoccupazione del bottom viene liquidata come infondata. E RACKWiki lo registra dal lato opposto, come rischio strutturale: la safeword può dare al dominante un falso senso di sicurezza — “non l’ha usata, quindi ho pensato che andasse tutto bene” [8].
5. Il ribaltone del consenso
E arriviamo al punto in cui la safeword smette di essere uno strumento di consenso e diventa una scusa per abusare. Lo chiamo ribaltone del consenso — anche questo termine è mio, non cercatelo nei manuali. Il ragionamento, detto per esteso, suona così:
Avevi la safeword e non l’hai chiamata. Quindi la responsabilità è tua. E quello che ho fatto — anche se sono andato oltre i limiti concordati — andava bene, perché tu non hai interrotto il gioco quando avresti potuto. Se c’è un problema è tuo, non mio. La colpa dei traumi è tua.
Quel ragionamento ha un vizio, e vale la pena dirlo per esteso. Il consenso era stato dato su limiti concordati. Superare quei limiti non richiede una revoca: richiede una nuova contrattazione. Il silenzio non è consenso a ciò che non è mai stato negoziato.
La safeword serve a fermare ciò che avevi concordato. Non ad autorizzare ciò che non avevi mai concordato.
Chi mi legge da un po’ sa che chiamo questa la zona grigia — l’abuso da omissione, il vuoto contrattuale. Qui non è nemmeno omissione: è il vuoto usato attivamente come copertura.
E qui torna A-RACK, perché è esattamente lo stesso meccanismo del 50/50 che ho criticato in quell’articolo, solo travestito da strumento di sicurezza. La responsabilità nel BDSM si decompone: la dichiarazione spetta al sub, l’esecuzione e la cura spettano al dominante. Chi ha più competenza e più potere ceduto porta più responsabilità. La Safeword Defense inverte le due cose: prende il dovere di cura del dominante e lo trasforma in un obbligo di dichiarazione del sub.
Perché io non la uso
Sono molti anni che gioco, gioco spesso, e onestamente gioco quasi sempre senza safeword. Ma non perché non voglia darla.
Con persone che conosco non mi serve: basta un no, o un cenno che qualcosa non va, per farmi fermare. Perché uso tantissimo i feedback — corporei, verbali e non, le sensazioni fisiche che verifico continuamente. Tendenzialmente non arrivo mai alla necessità di avere un segnale per fermarmi.
A chi non conosco, la do. Perché evito problemi. E in quel caso do direttamente il semaforo: guarda, uso il semaforo — rosso mi fermo, arancione o giallo per regolarci. Perché mediamente io parlo molto, chiacchiero, sento, vedo, verifico. Tendenzialmente gestisco.
Ecco perché a volte dico che la safeword non serve: perché una corretta gestione del sub, fatta con i feedback e i segnali corporei, dà un grande controllo della situazione e — soprattutto — la capacità di fermarsi prima che la safeword sia necessaria. Il tutto rende per certi aspetti la safeword quasi trascurabile.
Sul “no”
Spesso nel BDSM si dice che no, basta, ti prego, smetti siano tutte parole che non sono reali. E il motivo c’è: molta gente le usa come role play, come gioco, perché le piace — non vuole davvero interrompere.
Ragione per cui, in questi casi, la safeword è molto importante: perché si distingue nettamente da quell’oddio basta, no, ti prego, aiuto, smettila.
Detto questo, va anche detto che alcune volte un vero no — un no che sia un no reale — lo si distingue molto bene da un no di gioco.
Un no detto in una certa maniera io lo interpreto come tale anche se non è la safeword, perché un dominante un po’ esperto e un po’ capace capisce perfettamente quando un no di gioco è diverso da un no che vuol dire fermati, non posso andare avanti.
Ma attenzione a cosa sto dicendo e a cosa non sto dicendo. Quella capacità di lettura non serve a decidere quali no valgono. Serve a cogliere il disagio prima che arrivi il no.
Detto questo: per tutti gli altri, e specialmente per i novizi, è sempre meglio avere una safeword. Senza equivoci.
Cosa userei io: il semaforo, e basta
Una raccomandazione pratica, specialmente per chi gioca nei play party: adottate il semaforo. Anche perché è ormai internazionale, con i nomi dei colori in inglese o, qui da noi, in italiano.
Un red, o un “rosso” gridato forte, oltre a dover fermare il dominante ha una conseguenza che non va sottovalutata: se lui non si ferma, viene fermato dal DM. Qualsiasi dungeon monitor sa che un red blocca il gioco. E non solo il DM: chiunque abbia qualcuno vicino — una coppia, un trio — si girerebbe e interverrebbe, foss’anche solo per verificare che sia tutto a posto.
Quindi il mio consiglio è di non inventare più safeword particolari, ma di usare una terminologia inequivocabile in ogni ambito, in ogni ambiente, per chiunque. In questo senso non andrebbe nemmeno concordata: andrebbe data per scontata, ed esisterebbe di default.
E notate cosa è appena cambiato. Fino a qui la safeword era un patto privato tra due persone — ed è da lì che nascono tutti i problemi che ho elencato: dentro una stanza chiusa, quella parola vale esattamente quanto la buona fede di chi ti sta davanti. Il rosso al play party è un’altra cosa: è un segnale pubblico, e la sua forza non sta nell’obbedienza del dominante ma nel fatto che attiva terzi. È il punto preciso in cui la Safeword Defense smette di funzionare: puoi fare spallucce con la tua sub, non le fai con un DM che ti è arrivato addosso.
Jay Wiseman, in un suo saggio sulla sicurezza, analizza i disastri realmente accaduti nella scena e arriva alla stessa conclusione da tutt’altra strada: le persone sopravvissute a un’aggressione, intervistate, concordavano che in ogni caso quell’aggressione non sarebbe avvenuta se ci fosse stato un allarme esterno attivo [9]. Quello che ferma chi è in malafede non è la parola. È il fatto che qualcuno, fuori, stia guardando.
Non è nemmeno una lettura eccentrica del suo lavoro: in SM 101, il manuale con cui si è formata mezza scena americana, il capitolo sulla safeword non è il primo — viene dopo il consenso e dopo il sistema di allarme esterno, ed è seguito da quelli sulla verifica in corso di scena e sulla contrattazione [10]. La safeword è un nodo della sicurezza, non il nodo.
Una safeword originale protegge la tua fantasia. Un “rosso” protegge te.
L’eccezione: quando la safeword non frena ma permette
C’è un caso in cui la parola concordata fa il lavoro opposto, e viene usata da giocatori molto masochisti o molto esperti proprio per arrivare a determinati estremi.
Mi è capitato con un’amica molto maso. Desiderava essere frustata quasi fino allo svenimento, e mi aveva dato una sua safeword: portami all’estremo, non fermarti finché non te la chiamo.
Quella safeword, a quel punto, non è più un freno. È uno stop concordato per un gioco preciso — un “ok, basta, sono arrivata”. È una safeword sì, ma già ragionata e pensata per uno scopo determinato: spingi al massimo finché non te la chiamo.
Ma capite bene che questo è un edge play estremamente forte, fatto da persone esperte che si conoscono, in maniera mirata. Sono casistiche particolari: non fanno media. Sono l’eccezione alla regola — casi in cui due persone esperte, con una buona conoscenza reciproca, si accordano per una tipologia di gioco ben precisa.
Vale la pena notare il rovesciamento: ovunque nel resto di questo articolo la safeword è un limite superiore, fin qui e non oltre. Qui è una licenza. Senza quella parola quel gioco non si potrebbe fare affatto, perché il “no” e i feedback ordinari sono stati deliberatamente sospesi. È lo stesso terreno del CNC, di cui ho già scritto: la safeword è lo strumento che rende praticabile un contesto in cui la resistenza viene consensualmente ignorata [8].
Non fidatevi della safeword
Chiudo con la raccomandazione che percorre tutto questo pezzo: non fidatevi della safeword come unico presidio.
Una persona che ha bevuto troppo — con cui non dovresti giocare, ma purtroppo la gente lo fa. Una persona alterata da farmaci o sostanze — con cui non dovresti mai giocare, ma la gente lo fa. Una persona in subspace. Una persona con pressione bassa, facilità allo svenimento, problematiche di vario genere.
In quei casi non è la safeword quello che ti riguarda: è il malore. Se vedi una persona che non è più in grado di continuare, se vedi che potrebbe stare male o che sta per svenire, non puoi startene lì ad aspettare la parola. Devi intervenire in tempo per gestire la situazione. Se non te la chiama ma tu vedi che non è in condizioni di continuare, ti fermi lo stesso.
Ed è qui che torna il problema del dominante che si nasconde dietro la safeword: non puoi continuare a giocare con una persona che non è in condizioni di continuare. A prescindere dalla safeword.
Non è un difetto dello strumento. È che le stiamo chiedendo un lavoro che non è il suo: la safeword è volontaria e verbale, e il corpo cede prima, e senza chiedere il permesso a nessuno.
La safeword non è un sistema di sicurezza. È un canale di comunicazione. Non guarda il corpo di nessuno: quello è compito tuo.
Quindi sì, è importante. Ma non la usiamo per delegittimare la responsabilità del dominante.
Cosa NON sto dicendo
Non sto dicendo che la safeword non serva davvero. Sto evidenziando quali sono i suoi problemi. Sono due cose diverse.
Non sto dicendo che io non la uso mai. Sto dicendo che spesso non la uso, perché la sostituisco con una serie di parametri più stringenti e più affidabili — a mio avviso.
Non sto dicendo che voi non dobbiate usarla. Né che possiate permettervi di non darla. E tanto meno di non rispettarla.
Non sto dicendo che si possa togliere la safeword e non mettere niente al suo posto. Io non la sostituisco con qualcosa di meno: la sostituisco con molta più responsabilità mia. Chi legge questo articolo e ne ricava il permesso di giocare senza safeword e senza nient’altro non ha capito niente — sta facendo esattamente il gioco che ho descritto tre capitoli fa.
Non sto dicendo che chi chiama la safeword sia debole, o che non sia un sub vero. Quella è la roba con cui mi hanno cresciuto e che ho visto usare per coprire parecchie schifezze. Non è la mia posizione, non lo è mai stata.
Conclusione
Con questo articolo non voglio dirvi di prendere una posizione, né di cambiare le vostre abitudini. Voglio semplicemente aprire una riflessione: le parole, come sempre, per quanto siano utili non sono determinanti se non vengono appoggiate dai fatti.
Perché sì, la safeword di per sé è un bello strumento. Ma può essere abusata, può essere ignorata, e da sola non ha alcun valore se chi la deve usare — e soprattutto chi la deve rispettare — non sa fare il proprio dovere.
Una parola non ha mai fermato nessuno. Fermarsi è un fatto.
— Maestroottanta
Fonti e riferimenti
Fonti primarie
[9] Jay Wiseman, Thoughts on SM Safety — analisi degli incidenti realmente accaduti nella scena e ruolo dell’allarme esterno.
https://www.evilmonk.org/a/jay.cfm
[10] Jay Wiseman, SM 101: A Realistic Introduction, Greenery Press, 1992 — citato per la sequenza dei capitoli: Consent → Silent Alarm → Safewords → Ethics of Safewords → Non-Verbal Safewords → Checking In → Negotiation.
https://en.wikipedia.org/wiki/Jay_Wiseman
Fonti della community
[1] The Annotated Safeword, Yes Means Yes, 2010 — la safeword è necessaria solo dove “no” e “stop” sono stati privati del significato ordinario.
https://yesmeansyesblog.wordpress.com/2010/07/07/the-annotated-safeword/
[2] Deborah Cameron, Not a Safe Word, 2017 — analisi linguistica: perché “no” non può essere una safeword.
https://debuk.wordpress.com/2017/08/02/not-a-safe-word/
[3] The Evolution of Safewords, Kink Weekly — divulgazione del termine e posizione ostile della vecchia scuola (“i sub veri non ne hanno bisogno”).
https://www.kinkweekly.com/resources/the-evolution-of-safewords/
[4] Why Safewords Are Not Safe, The Journey of Will, 2013 — catalogo dei modi di fallimento della safeword.
http://thejourneyofwill.blogspot.com/2013/01/why-safewords-are-not-safe.html
[7] Safeword Defense and Consent Violations, Kuldrin’s Krypt — origine dell’espressione “Safeword Defense”.
https://kuldrinskrypt.com/safeword-defense-and-consent-violations-s03e42
[8] RACKWiki, voce Safeword — definizione, safe signal, rapporto con il consensual non-consent, falso senso di sicurezza del dominante.
https://rackwiki.org/wiki/Safeword
Dati
[5] NCSF, Consent Violations Survey (2015, Wright/Stambaugh/Cox, ~4.500 praticanti): 1 su 3 ha subito violazione di limiti pre-negoziati e/o safeword ignorata, tipicamente nei primi 5 anni di frequentazione della scena. Sotto-categoria “safeword violata”: 13,1%.
https://www.nladallas.org/ncsf-new-consent-violations-survey/
[6] NCSF, Incident Reporting & Response Report (2020, ~3.000 rispondenti): 25,5% riporta una violazione del consenso; di questi il 55% dichiara di aver subito un’aggressione sessuale; solo il 3,5% degli atti non consensuali è stato denunciato.
https://ncsfreedom.org/2021/03/05/2020-incident-reporting-response-report/