Salve a tutti i miei lettori.
Premessa
Il 6 agosto se n’è andato Francesco Guccini. Nei giorni successivi mi sono riascoltato L’Avvelenata, come immagino abbiano fatto in tanti, e mi sono ricordato di una cosa che come Paese ci siamo un po’ dimenticati: che si può scrivere per dire una cosa sola, dirla in faccia, e non chiedere scusa alla fine.
Questo pezzo è quello. Non è un’analisi, non è un manuale, non è un invito al dialogo. È un’invettiva, e la dedico a lui.
Vi avviso subito di due cose. La prima: in fondo a questo articolo non troverete nessuna via d’uscita, nessun consiglio, nessuna riabilitazione. Non perché me ne sia dimenticato — perché ho deciso di non darla.
La seconda riguarda me, e la metto qui all’inizio proprio perché non sembri un cuscinetto messo alla fine per attutire il colpo. Non sto scrivendo dall’alto. Sono pieno di difetti. In vent’anni di scena avrò fatto anch’io approcci sbagliati, sarò stato eccessivamente possessivo, in qualche caso probabilmente tossico. Non rivendico l’innocenza, che non ho. Rivendico una cosa più piccola e molto più concreta: di averci fatto attenzione. Di aver provato, ogni singola volta, a stare dalla parte corretta. Che è esattamente l’unica cosa che alla categoria di cui sto per parlare non è mai passata per la testa.
Io sono nato negli anni Ottanta, e da ragazzi questa gente la chiamavamo sfigati. Oggi si dice morti di figa — MDF, per gli amanti delle sigle. È la stessa identica cosa, ma la parola vecchia era più onesta: sfigato nominava un’assenza. Morto di figa nomina una fame.
Cinque categorie
Nel Giorno della civetta, il padrino Mariano spiega al capitano Bellodi come è fatta l’umanità:
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961
Sciascia la scriveva nel 1961 pensando alla Sicilia. Io la trovo la scala più spietata mai messa in fila in lingua italiana, e ho scoperto negli anni che funziona benissimo anche altrove. Per esempio in un dungeon. Per esempio all’ingresso di un party, il sabato sera, mentre uno che non conosco mi tira per la manica.
Perché il morto di figa non abita un gradino di quella scala.
Il morto di figa la scende tutta. E la scende da solo, senza che nessuno lo spinga.
Gli uomini
Pochissimi, dice Mariano. Nella scena italiana anche meno, e vi assicuro che non è una battuta.
L’uomo, nel senso di Mariano, non è il Dom con il frustino più bello né quello che ha la fila di sub. Non c’entrano niente il ruolo, il fisico, l’anzianità. L’uomo è quello che risponde di ciò che fa: è corretto, mantiene la parola data ed è cristallino nel proprio pensiero — che poi è la cosa più rara delle tre. Contratta prima e regge dopo. Se sbaglia lo dice, e lo dice per primo. E soprattutto: quando riceve un no, quel no gli entra dentro intero — senza contro-offerta, senza trattativa, senza rancore da conservare per il giorno dopo.
Notate cosa non ho detto. Non ho detto quanto sesso fa, quante persone ha, quanto è richiesto. Non è quello il metro, non lo è mai stato.
L’uomo non si misura da quanto ottiene. Si misura da come sta in piedi davanti a un no, dalla coerenza, dalla capacità di rispettare la parola data.
I mezz’uomini
Mariano si accontenterebbe se l’umanità si fermasse qui. Anch’io, e con enorme sollievo.
Il mezz’uomo è quello che ci prova sul serio, e ogni tanto sbaglia. Si approccia male una volta, insiste una volta di troppo, si comporta da geloso quando non aveva alcun titolo per esserlo. Poi però qualcosa gli si accende, se ne accorge, e la volta dopo lo fa meglio.
Non è una posizione comoda: è una posizione in movimento. Il mezz’uomo si distingue dai gradini di sotto per un dettaglio unico e decisivo — quando gli fai notare che ha sbagliato, la sua prima reazione non è spiegarti perché in realtà aveva ragione.
Gli ominicchi
«Come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.»
Qui comincia il nostro uomo, e qui comincia anche la parte comica — perché prima di essere odioso, l’ominicchio è ridicolo.
L’ominicchio ha visto il film e ha imparato le mosse. Il problema è che il film non è mai esistito. Il modello a cui si ispira è il pappone dei film anni Settanta: completo viola, cappello con la piuma, camminata studiata, «le mie ragazze». Una figura che non è mai stata reale nemmeno nella realtà che quei film sostenevano di raccontare — era già una caricatura allora. Loro l’hanno presa per un manuale.
Nel nostro ambiente li riconoscete a occhio nudo, e non serve nemmeno aspettare che parlino. Grandi masteroni convinti, nick altisonanti tipo Master Assoluto dell’Universo, Grey Wolf Superpower e cazzate simili. Si presentano come Master e hanno la fame stampata addosso. Usano il lessico giusto e la postura sbagliata. Hanno imparato la voce bassa, le pause a effetto, il vocabolario della negotiation — e non hanno negoziato niente in vita loro, perché per negoziare bisogna essere in due, e loro non hanno mai raggiunto il numero legale.
E poi c’è la domanda. Quella che chi organizza, come il sottoscritto, si sente fare da vent’anni, ai privé prima e agli eventi poi, sempre con la stessa faccia obliqua:
«Ma si scopa?»
Con le sue varianti di servizio: «Mi trovi una sub?», «Mi trovi una schiava?», «Mi presenti un’amica?». E subito dopo, quasi sempre, arriva l’offerta — sarò generoso, ti faccio un regalo, dimmi tu quanto.
Ecco: in quel preciso momento voi mi state assegnando un ruolo che non ho mai chiesto. Nella versione elegante, l’ufficio di collocamento, nella versione onesta, il pappone. Sono la stessa figura vista da due lati, e nessuno dei due lati mi appartiene.
Ma il vero problema non è l’offesa che fate a me, che me la porto a casa senza fatica. Il problema è cosa dite della persona che vorreste conoscere. La state trattando come un posto disponibile, una merce da ordinare tramite un intermediario, un accesso che si compra. Non vi interessa chi è: vi interessa che ce ne sia una.
Chiedere a un altro uomo di procurarvi una donna non è audacia. È dichiarare, davanti a un testimone, che da soli non ci riuscite.
I pigliainculo
Sciascia scrive «con rispetto parlando», e la cortesia gliela lascio volentieri, è sua. Dice anche che «vanno diventando un esercito», e su questo aveva ragione lui nel ’61 e ha ragione ancora adesso.
Attenzione, perché questo è il passaggio più delicato dell’articolo e non voglio equivoci. Non sto parlando dei sub, né di chi in culo se lo prende perché gli piace — quella è una pratica, non una categoria morale. La sottomissione consapevole è una delle cose più difficili e più nobili che si facciano nel BDSM, e chiunque abbia praticato sul serio lo sa: sotto ci vuole molta più spina dorsale che sopra per molti aspetti. Un sub vero sceglie. Ha dei limiti. Sa dire di no, e li dice, e quando li dice sono vincolanti.
Il pigliainculo è tutt’altra cosa. È quello che si dichiara schiavo di chiunque abbia una foto di profilo femminile. Copia-incolla la stessa presentazione a quaranta persone. Si offre «per qualsiasi cosa, senza limiti» — che detto in questo ambiente non significa devozione, significa che non ha idea di cosa stia offrendo. Non si sta sottomettendo: sta facendo la fila alla mensa della Caritas. Non sta scegliendo una persona: sta cercando una persona, indefinita, purché risponda. Vuole solo la sua ciotolina di zuppa.
E infatti non regge un mese. Perché la sottomissione senza scelta non è sottomissione, è solo disponibilità — e la disponibilità totale non è generosità, è assenza di criterio. Quando poi la porta resta chiusa, questo signore non conclude «forse ho sbagliato modo»: conclude che le donne di questo ambiente sono tutte uguali. E con quella frase in bocca scende all’ultimo gradino.
La sottomissione è una scelta. La disperazione è una condizione. Non confondetele — e soprattutto non lasciate che ve le confondano.
I quaquaraquà
«Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere.»
Sciascia non aveva i social, e nonostante questo ha descritto la sezione commenti con sessant’anni di anticipo. Le anatre nella pozzanghera sono lì. Fanno rumore, il rumore non significa niente, e loro continuano.
Il repertorio lo conoscete a memoria, perché è sempre lo stesso e non cambia mai una virgola: «le Mistress sono tutte a pagamento». «A me non me la dà nessuna». «Sono tutte puttane, la danno a tutti tranne che a me». «Questo ambiente è finto, è tutto un business». «Le donne vogliono solo i soldi» — e questo è il capolavoro, detto esattamente dallo stesso uomo che due mesi prima aveva offerto un regalo a me pur di farsi presentare qualcuno.
Il meccanismo sotto è sempre identico. Uno riceve un no e, invece di leggerlo come un’informazione che lo riguarda, lo promuove a diagnosi su metà del genere umano. Il no diventa la prova di un complotto. La donna diventa colpevole di aver scelto — cioè colpevole di aver esercitato esattamente la libertà che, se le fosse stata tolta, avrebbe indignato tutti.
Un no non è un’ingiustizia: è una libera scelta. E se ricevete solo no, quella non è sfortuna — è un’informazione su di voi.
Una parentesi che mi serve
Faccio una precisazione, perché senza questa parte l’articolo sembrerebbe scritto da uno che difende una riserva di caccia.
Io con le donne ho sempre avuto un ottimo rapporto, dentro e fuori dall’ambiente. Non ho mai visto una differenza etica o morale tra un uomo e una donna, mai, nemmeno da ragazzo. Non ho mai sopportato il catcalling, i commenti sgarbati per strada, gli approcci che si trasformano in inseguimenti, tutto quel repertorio che produce nella persona che lo subisce fastidio, preoccupazione, paura. E chi mi conosce sa che dentro la scena mi sono sempre esposto per primo contro certi atteggiamenti, con i costi che questo comporta quando l’ambiente è piccolo.
Ma attenzione a da dove viene questa posizione, perché non viene da dove immaginate. Non è militanza, e questo non è un pezzo politico — su KinkyItalia sapete come la pensiamo sulla politicizzazione del BDSM, e non cambio idea oggi per comodità retorica. Io sono un liberale, e ci tengo. La libertà che pretendo per me la pretendo identica per chiunque altro, e la libertà sessuale di una persona è libertà individuale a pieno titolo. Ogni comportamento che produce paura la comprime. Non lo condanno perché lo dice una bandiera: lo condanno perché toglie a qualcuno qualcosa che è suo.
Non difendo le donne. Difendo la libertà. Le donne, in questo ambiente come fuori, sono solo quelle a cui viene tolta più spesso.
Il punto vero: pretendere senza dare
Adesso arriviamo al centro, e il centro è una frase sola.
Il morto di figa non è un uomo che non ha donne. Ce ne sono a migliaia che non hanno nessuno e non sono morti di figa: sono timidi, sono soli — che è tutta un’altra faccenda, e a volte anche una faccenda dolorosa. Chi è timido non pretende: al massimo non chiede.
Il morto di figa è quello che pretende senza dare.
Non corteggia. Non conosce. Non parla con una persona per il gusto di sapere chi è. Non offre sé stesso. Pretende, come se gli fosse dovuto per nascita, e quando capisce che dovuto non è, non mette sul tavolo l’unica cosa che avrebbe senso mettere — sé stesso, la propria umanità, il proprio tempo, il rischio di essere rifiutato. Mette dei soldi.
E qui bisogna essere precisi, perché sul denaro la confusione la fanno apposta. Una professionista che offre un servizio dichiarato, con un prezzo, con dei limiti chiari e concordati, sta facendo una transazione onesta tra due persone adulte che sanno perfettamente cosa si stanno scambiando. Nessun problema, e chi ci ricama sopra di solito ha altri problemi suoi. Il denaro non è il problema.
Il problema è usare il denaro al posto di sé stessi, in un contesto in cui nessuno aveva messo in vendita niente.
Poi c’è la variante da evento, che è la mia preferita per quanto è nuda: «ho pagato il biglietto». Certo che l’hai pagato. Il biglietto ti dà diritto a entrare, a bere, a stare in una stanza dove si pratica, a guardare, a essere trattato con rispetto e a trattare gli altri con rispetto. Non è uno scontrino emesso su una persona: quelli funzionano solo all’Autogrill, con i cornetti.
Non amate le donne
Resta la domanda vera, quella da cui è partita tutta questa riflessione: com’è possibile che uno che dice di amare le donne — che parla solo di quello, che pensa solo a quello, che struttura tutta la sua vita sociale intorno a quello — si comporti in quel modo?
La risposta è semplice, ed è brutta: non le ama. Le cerca per un bisogno fisiologico, e finisce lì. Ama la propria fame, che è un’altra cosa, ed è l’unica cosa a cui è davvero fedele.
Fatevi una prova, se non vi convince. Pensate a un oggetto a cui tenete davvero. La macchina, la chitarra, il coltello buono. Non lo insultate, non ne parlate con disprezzo, non lo trattate come una cosa qualunque da usare e mettere via. E stiamo parlando di un oggetto.
Non tratteremmo così nemmeno una cosa. Chi ama non tratta così. Quindi la verità è che non amate le donne.
Da qui viene tutto il resto, e non serve nessuna teoria complicata. Se non la trovate non è perché le donne ce l’hanno con voi, non è perché l’ambiente è corrotto, non è perché sono tutte a pagamento. Non la trovate perché siete delle teste di cazzo. Vi approcciate pretendendo, senza rispetto, trattando la persona che avete davanti come se non fosse interessante nemmeno per un minuto sul piano umano. È egoismo puro, e l’egoismo in una relazione non è immorale: è inefficace. Non funziona, punto. Non funziona neanche quando nessuno vi guarda o vi giudica.
E si vede. Si vede subito quello che credete di nascondere.
Poi arriva il piagnisteo passivo-aggressivo, il poverino-me, le donne non mi amano, sono io la vittima. Ma la vittima la state cercando voi. È tutto il tempo che la cercate: un oggetto su cui sfogarvi, da svuotare e da riporre, che non rispettate e non amate e da cui pretendete soltanto.
Vi lamentate di non trovare una preda, e chiamate ingiustizia il fatto che le prede scappino.
Nessuna redenzione
Qui, se questo fosse un altro tipo di articolo, arriverebbe la parte costruttiva. Tre consigli su come uscirne. Il paragrafo che dice «in fondo sono uomini feriti anche loro». La porta lasciata socchiusa, perché non si sa mai.
Il cristianesimo mi direbbe di lasciarvela, quella porta. La buona creanza mi direbbe di darvi almeno un suggerimento. Un altro tipo di educatore vi darebbe cinque punti elenco e una parola gentile.
Non mi va.
Non ve la do, e non perché non ci abbia pensato: perché avete avuto una vita per accorgervi da soli, e non vi siete mai fermati un secondo a chiedervi se il problema potesse essere il vostro modo di stare al mondo. Ve lo siete chiesti solo una volta, e la risposta che vi siete dati è stata che ce l’hanno tutti con voi.
Vi disprezzo. Mi fate schifo. E spero sinceramente che vi estinguiate in fretta, con le generazioni che stanno arrivando.
Non siete sfigati perché le donne non vi vogliono. Le donne non vi vogliono perché siete sfigati. Ci sono voluti sessant’anni e un padrino inventato da Sciascia per dirvelo nell’ordine giusto — e la cosa che dovrebbe farvi più male è che quell’ordine non lo cambierà nessuno al posto vostro.
— Maestroottanta