Ho una chitarra per amica e con voce malandata
Franco Califano, La mia libertà
Canto e suono la mia libertà
Se sono triste canto piano, se sono in forma suono forte
Così affronto la mia sorte
Se non amo grido abbasso anche se non mi è concesso
Dico sempre quello che mi va
Se voglio un corpo e un po’ d’affetto
Faccio un giro, cerco un letto e una donna che ci sta
Chi mi vuole prigioniero non lo sa che non c’è muro
Che mi stacchi dalla libertà
Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene
Libertà che è libertà
Premessa
Me la fanno spesso, questa domanda, e ogni volta mi lascia perplesso. Tu, cosa cerchi?
Non so mai rispondere bene. Non perché non abbia una risposta, ma perché la domanda parte da un presupposto che per me è sbagliato: che io stia cercando qualcosa. Non cerco niente. Non ho mai cercato, in nessuna delle forme in cui la parola di solito si intende in questo mondo — un partner, una schiava, una dinamica. E per anni ho scambiato questo per un difetto, o peggio per una scusa comoda, finché non ho capito che era semplicemente la descrizione più onesta di come sono fatto.
Io sono, non cerco
Io vivo secondo il mio sentire, secondo quella che è la mia essenza — non sono alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Quello che incontro — lo studio delle pratiche, la vita dell’ambiente, gli incontri, le feste, qualsiasi relazione — non è il frutto di una ricerca. È la conseguenza di essere fatto in un certo modo.
C’è chi entra in questo mondo per curiosità mirata: vuole togliersi un dubbio specifico, vedere se una pratica precisa gli piace o no. Ed è sano, sia chiaro. Io ho fatto qualcosa di diverso: ho provato quasi tutto — tranne ciò che proprio non mi apparteneva — non per verificare un’ipotesi, ma perché mi sentivo libero di esplorare. Sono un inguaribile curioso, esploratore instancabile della libertà personale.
Non dico mai cosa cerco, perché la domanda giusta non è cosa cerco, ma chi sono.
Il personaggio Maestroottanta
Con gli anni sono diventato, passatemi il termine, un po’ un personaggio in questo ambiente. Vivo il personaggio un po’ staccato da Francesco, dal mio essere nel quotidiano, almeno è quello che penso, perché, in realtà i due sono perfettamente fusi. Tipo Superman e Clark Kent. In casa mi lamento sempre di non avere una schiava, di non avere una play partner fissa, che spesso mi fanno incazzare e perdere tempo, sono un lamentoso cronico, quando in realtà ho diverse situazioni di gioco e una relazione aperta con mia moglie, ragione per cui effettivamente non dovrei lamentarmi, lei stessa, spesso mi prende in giro: «Certo, se la vuoi, una schiava dovresti anche cercarla.»
E lì mi rendo conto che ha ragione, in un modo assurdo: dico che la vorrei, ma non la cerco. Ho anche aperto qualche annuncio, in passato — «vediamo se trovo qualcuno con certe caratteristiche» — e poi non li ho mai davvero seguiti. Ci sono profili che noto, che potrebbero interessarmi, e che semplicemente non approfondisco. Perché il mio modo di vivere questo mondo mi porta comunque contatti, a prescindere da un annuncio.
E qui devo essere onesto fino in fondo, anche se mi costa: c’è forse un pizzico di arroganza in tutto questo. Sono io, sono conosciuto nel mio ambiente, sono un punto di riferimento — e quindi non cerco, faccio in modo che sia il mondo ad arrivare a me. Non lo dico con orgoglio. Lo dico perché è la verità, e perché spiega meglio di ogni teoria come sono fatto.
I ricercatori e io
Conosco persone — e sono la maggioranza, credo — che sono ricercatori precisi. Organizzati. Individuano il profilo che interessa, vanno a incontri mirati, contattano la persona giusta con un obiettivo chiaro. Io non sono mai stato capace di farlo. Non sono bravo in questo.
Se dovessi contare quante persone ho davvero cercato in modo mirato in tutti questi anni, la risposta sarebbe: nessuna, o pochissime. Le mie ex, la mia ex slave, buona parte dei miei play partner — li ho incontrati per caso, ho chiacchierato, e poi ho approfondito. Non c’è mai stata una mira.
E qui la cosa buffa è che riconosco che cercare in modo mirato sia probabilmente più sano del mio modo casuale di incrociare le persone. Se sai cosa cerchi e vai a cercarlo direttamente, è più efficiente che affidarsi all’incontro fortuito. Non lo dico per modestia di facciata: penso davvero che il mio modo non sia un modello, è solo il mio modo. E aggiungo una cosa a cui tengo, anche se esce dal seminato: non credo che il caso esista davvero. Anche quando dico di “incrociare per sbaglio”, in realtà è la mia attrazione inconscia verso certe persone a portarmi lì. Il caso è solo il nome che diamo a un meccanismo che non vediamo.
Il rovescio libertino: dove mi fermo
Rivendico la parola libertino anche nel suo senso più antico, non solo in quello sessuale. I libertins érudits del Seicento francese — quelli processati per empietà prima che per costumi — hanno costruito un’idea che mi appartiene ancora oggi: pensare fuori dal recinto che ti viene dato, senza chiedere il permesso di farlo. È lo stesso impulso che, un secolo dopo, porta la tradizione libertina a scivolare verso Sade.
E qui devo essere netto, perché è il punto in cui quella tradizione ed io ci separiamo. La libertà che Sade rivendica per i suoi personaggi è una libertà che si prende senza consenso di chi la subisce — è potere esercitato sull’altro, non condiviso con l’altro. La mia libertà, quella che canta Califano, è tutta un’altra cosa: «chi mi vuole prigioniero non lo sa che non c’è muro che mi stacchi dalla libertà» — è libertà mia, che non toglie nulla a nessuno. Nel BDSM che pratico, il consenso negoziato non è un limite alla libertà libertina: è la condizione che la rende possibile senza diventare abuso. Dove finisce il consenso, la mia tradizione libertina si ferma. Il resto, chi lo insegue, lo insegue da un’altra parte. Io voglio, io pretendo che la donna che sta giocando con me, che si è affidata a me, che mi ha reso il suo padrone, sia libera di farlo, si affida perché vuole affidarsi, mi dona il potere di essere il suo padrone, di rivendicarne la proprietà perché lei lo vuole.
Trovo che sia molto più difficile trovare qualcuno che si ceda completamente a te per sua convinta volontà che perché hai insistito, ingannato o plagiato.
Conclusione
Alla fine torno sempre alla stessa frase, e non trovo un modo migliore per dirla.
Je cherche tout et rien : je suis un libertin.
— Maestroottanta