Salve a tutti i miei lettori.
Premessa
Quello che state per leggere nasce nel dicembre del 2021. L’ho scritto di getto su FetLife, l’ho ripreso in mano dopo quasi cinque anni aspettandomi di trovarlo invecchiato male, e invece mi sono accorto che il discorso sull’inclusività nel BDSM non solo è ancora tutto lì, ma nel frattempo si è fatto molto più rumoroso. Ho quindi deciso di rimetterlo in ordine e di aggiungere quello che allora avevo dato per scontato.
Sono anni che sento accostare al BDSM il termine “inclusivo”. Frasi che sostengono che il BDSM deve puntare all’inclusività, che le feste devono essere più inclusive — sembra spesso di sentire frasi estrapolate dall’8×1000 alla Chiesa Cattolica, con una punta di Croce Rossa.
Se da una parte l’associazionismo tende a essere il più inclusivo ed eterogeneo possibile — e qui rientra anche l’associazionismo in ambito BDSM — dall’altra parte abbiamo la sessualità che, tranne rari casi, è tendenzialmente esclusiva, riservata e mai inclusiva.
Tutto il pasticcio nasce dal fatto che continuiamo a usare una parola sola per due cose diverse.
Partiamo dal termine
Facciamo una piccola disamina del termine “inclusività”:
Termine con cui si designano in senso generale orientamenti e strategie finalizzati a promuovere la coesistenza e la valorizzazione delle differenze attraverso una revisione critica delle categorie convenzionali che regolano l’accesso a diritti e opportunità, contrastando le discriminazioni e l’intolleranza prodotte da giudizi, pregiudizi, razzismi e stereotipi.
Treccani
Tenete da parte tre parole di questa definizione, perché ci torneremo alla fine: accesso a diritti e opportunità. Non “accesso a una festa”. Non “accesso al letto di qualcuno”. Diritti e opportunità. È una precisazione che nel 2021 non avevo fatto e che invece regge in piedi tutto il ragionamento.
I munch: forse l’unico spazio davvero inclusivo
Analizziamo il concetto prima in un ambito pubblico, che è forse il più interessante. Partiamo dagli incontri, come i munch. Questi ultimi sono forse gli unici eventi che hanno una parvenza di inclusività — o che forse sono realmente inclusivi — e questo perché difficilmente viene fatta una selezione a priori dei partecipanti. A volte un minimo di prefiltro viene comunque fatto per tutelare i partecipanti da eventuali spiacevoli problemi, ma sostanzialmente sono aperti a tutti senza troppi vincoli.
Quindi per le associazioni e per i munch potremmo dire davvero di essere di fronte a situazioni di inclusività.
Le feste “pubbliche”, che poi pubbliche non sono
Passiamo però ora alle feste pubbliche, che poi realmente pubbliche non lo sono. In Italia le feste a tema BDSM vengono svolte in associazioni private per questioni legali e burocratiche: di conseguenza devi essere tecnicamente socio dell’associazione per potervi partecipare.
E qui apro una parentesi che nel 2021 non avevo aperto, con la premessa di sempre: non sono giurista. L’articolo 18 della Costituzione dice che i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non siano vietati ai singoli dalla legge penale. Non è un cavillo burocratico inventato dagli organizzatori per fare i difficili: è la struttura stessa dentro cui la scena italiana può esistere. Un’associazione privata sceglie i propri soci. Se non potesse farlo, non sarebbe un’associazione privata — e senza associazioni private, in Italia, le feste semplicemente non ci sarebbero.
Questo è già un primo blocco all’inclusività: per causa di forza maggiore devi essere socio e non puoi partecipare come “visitatore”.
Il secondo blocco è il regolamento, che ogni festa che si rispetti ha più o meno stringente. Il dress code, ad esempio, a volte molto libero, a volte abbastanza rigido: o vieni vestito in una certa maniera, o non entri.
Il terzo blocco, e forse il più importante, è il fatto che gli organizzatori si riservano sempre il diritto di far entrare chi decidono loro. Quindi, se vogliono, fanno una selezione arbitraria di cui spesso non conosciamo i parametri. Potrebbero essere parametri estetici, religiosi, politici, di età, di razza o di colore dei capelli.
Le feste a tema: l’esclusività come esercizio di libertà
Questo però riguarda le feste che io definisco “pubbliche”. Ci sono poi tutti quegli eventi specifici organizzati da precisi gruppi che hanno precisi fetish, e qui è davvero dura parlare di inclusività: al contrario, si parla apertamente di esclusività.
Facciamo qualche esempio pratico. In una festa FemDom le partecipanti sono tutte donne biologiche Dominanti e gli uomini sono tutti sottomessi; non ci sono spazi per altro. La selezione è basata quindi sul sesso, sul carattere, sul ruolo, sull’estetica, e si usano protocolli stretti sul dress, sul comportamento e via dicendo. Queste feste, come altri tipi di festa con selezioni strette, non possono essere inclusive — anche perché, se non applicassero filtri e vincoli stretti, non avrebbero le caratteristiche specifiche che contraddistinguono certi eventi da quelli che ho definito pubblici.
A molti questo sembra ingiusto e non inclusivo, ma è sostanzialmente un grande esercizio di libertà: nello specifico, la libertà di escludere chi è diverso da noi, chi non ci piace e chi non rientra in una determinata categoria.
Immaginate che io sia una lesbica e voglia organizzare una serata per sole lesbiche che siano donne biologiche, che abbiano un’età specifica, di pelle bianca e che oltretutto siano a me gradite. Perché non dovrei farlo? Perché sarebbe sbagliato farlo, visto che sostanzialmente voglio solo creare uno spazio di gioco per una categoria specifica?
D’altra parte, quando scegliamo qualcuno con cui giocare o fare del semplice sesso vanilla, lo facciamo seguendo criteri personali precisi: estetici, caratteriali, ma che potrebbero essere tranquillamente anche razziali, religiosi o politici.
Se ci pensiamo, nel BDSM troviamo spesso dei fetish che altro non sono che surrogati di situazioni reali: le fantasie di stupro, i giochi basati sul razzismo, quelli sulla differenza d’età, gente che si veste da nazisti e da ebrei, inquisizione e tante altre fantasie che vengono realizzate ma che non sarebbero mai possibili come situazioni vere.
Il punto che nel 2021 avevo dato per scontato
Rileggendomi, mi sono accorto che il passaggio qui sopra è quello su cui è più facile inciamparmi addosso. Quindi lo dico chiaro, perché è il cuore di tutto il pezzo.
Un conto è l’accesso ai diritti. Un conto è l’accesso a uno spazio di gioco. Non sono la stessa cosa e non vanno regolati con lo stesso metro.
L’articolo 3 della Costituzione stabilisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Quello è il terreno dei diritti, ed è terreno sacro: nessuno deve poter essere escluso dal lavoro, dalla sanità, dalla scuola, dalla giustizia, dall’associazionismo in quanto tale per uno di quei motivi. Su questo non c’è discussione, e chi prova a usare il BDSM per aggirarlo non ha capito niente né del BDSM né della Costituzione.
Ma la sessualità non è un diritto che qualcun altro ha nei miei confronti. Nessuno ha titolo a pretendere di essere desiderato, di essere ammesso a una serata privata, di essere scelto come partner di scena. Il consenso funziona in entrambe le direzioni: comprende anche il diritto di dire di no senza dover motivare il no. Una selezione all’ingresso di una festa privata non toglie diritti a nessuno, toglie soltanto un’occasione — e le occasioni, per fortuna, non sono un diritto.
Chi confonde i due piani finisce per accusare di discriminazione o di sessismo una festa specifica — una serata FemDom, una Leather — quando il motivo vero è che non è stato gradito come ospite.
Le ragioni di una selezione sono varie, e quasi sempre legittime. Un limite però c’è:
La libertà di escludere finisce esattamente dove finisce la porta del dungeon.
BDSM-acronimo e BDSM-comunità
C’è una distinzione che uso spesso su queste pagine e che qui torna utilissima.
Il BDSM-acronimo — bondage, discipline, dominazione, sottomissione, sadismo, masochismo — è il grande raccoglitore delle sessualità alternative. Esiste da sempre, in tutte le culture e in tutte le epoche, senza bisogno di nessuno che lo organizzi. Quello è inclusivo per definizione, perché non ha una porta: non c’è nessuno all’ingresso a controllare le tessere. Il sesso in generale è insito nell’uomo e non esiste categoria umana che non ne faccia parte.
Il BDSM-comunità — codici, protocolli, regolamenti, associazioni, feste, munch — è un’altra cosa. È nato nella scena leather gay di San Francisco degli anni Settanta, ha delle regole, e le regole per esistere devono escludere qualcosa. Una comunità senza confini non è una comunità: è un pubblico.
Quindi possiamo sostenere che il BDSM sia inclusivo? Sicuramente come acronimo, come grande raccoglitore della sessualità alternativa, lo è. Ma al suo interno tiene gruppi e particolarità che poi vanno a specificarsi fino a diventare altamente esclusive, e questo è dato proprio dalla sua incredibile eterogeneità, fatta da moltissime differenze di pensiero e di vedute — cosa che spesso porta a pensare che ci siano grandi controsensi e contraddizioni all’interno dello stesso organismo.
Non sono contraddizioni. Sono due cose diverse che spesso confondiamo e che chiamiamo con lo stesso nome.
Cinque anni dopo
Il quadro che ho descritto fin qui, negli ultimi anni, sta cambiando. Il BDSM è entrato nel più ampio termine-cappello “kinky”, che ne sta progressivamente sostituendo l’acronimo. Questo ne ha allargato le maglie, fino a sconfinare in parte nel mondo swinger. Io ci vedo una sorta di fusione, almeno per quanto riguarda le feste: le feste kinky diventano sempre più anche swinger, gli swinger inseriscono sempre più elementi kinky e BDSM. E comunque c’è un po’ un superamento dei ruoli e di alcune categorie in generale nell’ambiente BDSM.
Quella che era l’etichetta del BDSM, nel senso proprio del termine — il cerimoniale: il rispetto dei ruoli, i protocolli, un determinato vestiario — cioè tutto un mondo minuziosamente regolato, si sta mano a mano perdendo. Vediamo sempre più scene dove, più che di dinamica D/s, si parla di top e bottom, di tanti switch che nella stessa serata giocano da top e da bottom scambiandosi le parti.
Non è una critica, la mia: è l’osservazione di un’evoluzione. Un’evoluzione di una sessualità alternativa che si estende, si mischia, e genera questa forma di kinky molto ludica, molto piacevole, molto divertente, ma diversamente regolamentata rispetto al BDSM di alcuni anni fa.
Proprio questo, secondo me, a breve spingerà molti organizzatori nella direzione opposta — e lo dico anche per un progetto mio personale.
Chi ama una visione un po’ classica del BDSM, dell’SM, del sadomaso per quello che era — un cerimoniale, un role play, una serie di situazioni codificate — inizia a fare fatica a trovare spazio nelle serate kinky.
Ragione per cui, a mio avviso, nasceranno sempre più feste che qualcuno definisce “separatiste” ma che in realtà sono soltanto selettive: serate FemDom, Leather, Maledom, Alto Protocollo. Chi cerca un genere preciso non lo trova più nelle feste di comunità, che diventano sempre più ampie ma meno protocollate.
In conclusione, diciamo che l’aumento dell’inclusività e dell’apertura mainstream del kinky e del BDSM avrà, a mio avviso, come controparte l’aumento della selezione e dell’esclusività. Perché di fronte a una grande apertura ci sarà chi vorrà creare una nicchia non accessibile a tutti, ben stretta e ben selezionata.
Spero di aver scritto qualcosa che possa indurre a una piccola riflessione.
— Maestroottanta