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Manifesto contro la politicizzazione del BDSM

Maestroottanta · 11 Aprile 2026 · 6 min di lettura · 1 commento ·

Premessa

Salve a tutti i miei lettori. Questo non è un articolo come gli altri che scrivo qui su KinkyItalia: è un manifesto. E come tutti i manifesti, parte da qualcosa che ho visto con i miei occhi, non da una teoria letta da qualche parte.

L’altra sera, a un munch, mi sono fermato un attimo a guardare la sala. A un tavolo, una Mistress dichiaratamente cattolica praticante chiacchierava di negotiation con un sub ateo. Più in là, due rigger — uno di destra, uno di sinistra, lo so perché li conosco da anni — discutevano di nodi come se il resto del mondo non esistesse. Al bancone, una coppia queer rideva con un Dom etero di mezza età che in qualunque altro contesto non avrebbero mai incrociato.

Quella foto, secondo me, dice tutto quello che c’è da dire sul BDSM. Ed è proprio quella foto che oggi qualcuno vorrebbe ritoccare.

Negli ultimi anni assistiamo a una crescente politicizzazione del BDSM. È evidente come alcuni esponenti del mondo LGBT, queer e del pensiero “woke” cerchino di introdurre temi politici e di attivismo all’interno di questo ambito.

È partendo da qui che, con un pizzico di “delirio di onnipotenza”, pubblico il mio manifesto.

Acronimo e comunità: due cose diverse

Prima di andare avanti, una distinzione che mi sta a cuore e che raramente sento fare bene.

BDSM come acronimo — BD, DS, SM (Bondage e Disciplina, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo) — è una descrizione tecnica di pratiche sessuali alternative. Niente di più. Una mappa di territori che gli esseri umani hanno sempre attraversato, in ogni cultura, in ogni epoca, molto prima che qualcuno trovasse delle sigle per nominarli.

BDSM come comunità è invece una cosa nata in un momento storico preciso: la scena leather gay di San Francisco degli anni ’70. E sì — quella era una scena profondamente politica, di liberazione, e gliene dobbiamo molto. I codici, i protocolli, persino il concetto di consenso negoziato vengono da lì. Va riconosciuto, non minimizzato.

Ma — ed è qui che voglio arrivare — il fatto che la comunità organizzata sia nata in un contesto politico non rende le pratiche politiche. Le persone si legano, si dominano, si lasciano dominare da quando esiste l’umano. Trasversalmente a religioni, etnie, orientamenti, schieramenti. Il BDSM-pratica è più antico e più vasto di qualsiasi bandiera.

Il BDSM, come pratica, non ha colore. Come comunità, è uno spazio in cui colori diversi imparano a stare nella stessa stanza.

Cosa sta succedendo

Negli ultimi anni — e parlo da organizzatore di eventi, non da osservatore esterno — vedo crescere una pressione perché la comunità prenda posizione. Perché un party “sia” qualcosa, politicamente. Perché un munch “rappresenti” qualcuno. Perché chi non si allinea a un certo discorso sia, di fatto, meno benvenuto.

Non parlo di episodi inventati. Parlo di richieste arrivate a me, di discussioni viste in chat e gruppi, di selezioni fatte non sulla base del rispetto del regolamento ma sulla base di cosa una persona vota, prega o pensa fuori dal dungeon. È una deriva, ed è una deriva che riguarda tutti i lati dello spettro politico — non uno solo. Chi pensa che il problema venga da una sola direzione non ha frequentato abbastanza party.

Va anche aggiunto che, almeno per l’Italia, questa deriva non è solo discutibile sul piano etico: è in conflitto con il nostro ordinamento. L’articolo 3 della Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. L’articolo 18 garantisce la libertà di associazione — quella stessa libertà che permette ai nostri munch e ai nostri party di esistere. E il Codice Civile, agli articoli che regolano l’associazionismo, ribadisce che l’accesso a un’associazione non può essere negato sulla base di questi criteri.

Tradotto per chi organizza: se domani decidessi di non far entrare a un mio party qualcuno perché vota in un certo modo o prega un certo dio, non starei solo tradendo lo spirito della comunità. Starei violando la legge. E sinceramente, le due cose mi sembrano inseparabili: la Costituzione, su questo, dice esattamente quello che il BDSM ha sempre praticato. Una nota onesta: non sono un giurista, e la materia dell’associazionismo privato ha sfumature che meriterebbero un approfondimento serio. Se tra i lettori c’è qualcuno con competenze in diritto civile o costituzionale disposto ad approfondire il tema “BDSM e diritto italiano”, le porte di KinkyItalia sono aperte: sarebbe un articolo che manca, e che varrebbe la pena scrivere.

Da organizzatore, il mio metro di giudizio è uno solo: rispetti il regolamento, il consenso e le persone? Sei dentro. Non li rispetti? Sei fuori. Cosa voti, in cosa credi, cosa mangi a cena, è affare tuo.

Cosa NON sto dicendo

Visto che i manifesti vengono spesso letti male a posta, mettiamo dei paletti chiari.

  • Non sto dicendo che chi pratica BDSM non possa essere attivista. Fai quello che vuoi, fuori dal dungeon.
  • Non sto dicendo che ogni opinione meriti spazio in un party. Il consenso non è un’opinione, e chi lo viola è fuori. Punto.
  • Non sto dicendo che la storia leather/gay vada dimenticata. Va onorata, e onorarla significa anche non trasformarla in un’arma identitaria contro chi è arrivato dopo.
  • Non sto dicendo che la sfera privata non conti. Se nella scelta di un partner valuti anche religione, politica o stile di vita, è legittimo: stai scegliendo chi entra nella tua intimità. Ma una comunità non è un’intimità: è uno spazio comune.
  • Non sto dicendo che non possa esistere un party o un evento dichiaratamente politicizzato, che faccia anche attivismo. Può esistere, e ben venga. Ma non può diventare l’obbligo per tutti gli altri.

Principi

  1. Consenso prima di tutto — non c’è bandiera, ideologia o appartenenza che valga quanto un consenso negoziato e revocabile. È l’unico dogma che accetto.
  2. Autonomia — ciascuno decide del proprio piacere senza dover aderire a una bandiera.
  3. Pluralità — la comunità si nutre di differenze, non di dogmi. Non esiste un modo giusto di essere kinky.
  4. Negoziazione, non militanza — quello che succede in scena si decide tra le persone coinvolte, non tra le fazioni a cui appartengono.
  5. Responsabilità RACKRisk-Aware Consensual Kink: ci assumiamo i nostri rischi, tra adulti consapevoli, senza chiedere il permesso a nessuna ortodossia esterna.

Conclusione

Il BDSM non ha colore politico. È uno dei pochi posti rimasti in cui persone profondamente diverse si trovano nella stessa stanza, si rispettano, e talvolta si legano insieme — letteralmente. È un terreno neutrale dove conta solo il consenso, il rispetto reciproco, il rispetto delle regole e la libertà di autodeterminarsi.

Maestroottanta

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Tag: consenso Costituzione e BDSM etica kinky manifesto BDSM politicizzazione RACK
Maestroottanta

Autore di KinkyItalia.

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Un commento
    Educatoresevero 12 Aprile 2026

    Amen 🙏 fratello !

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