Cura del corpo, dress code e presenza scenica nel BDSM
Capita spesso, agli eventi BDSM, di incrociare persone che sembrano aver fatto il minimo indispensabile per passare l’ingresso. Capelli trascurati, nessun trucco, un abbigliamento che ricorda più una domenica mattina al supermercato che quello che ti aspetteresti a un play party. Anche il classico “total black” — nessuno le esclude, per carità — e non è questo il punto, anche se alcuni eventi, specialmente quelli fetish, non lo considerano sufficiente. Non dico che si tratti di lesa maestà, ma che può diventare un’occasione persa, un limite che ci preclude una conoscenza interessante. Un dress curato e ricercato è a volte un segnale di entusiasmo, di appartenenza, di un volersi mettere in mostra.
Voglio parlarvi di questo e spiegarvi il mio punto di vista sull’argomento. Toccheremo anche l’aspetto igiene, che mi è molto a cuore, ma prima una premessa.
La premessa che non volevo dover fare
Prima di entrare nel vivo, devo toccare un tasto che negli ultimi anni è diventato quasi un campo minato: il dibattito femminista sulla cura del corpo. Trucco, depilazione, acconciatura — tutto etichettato come imposizione patriarcale, come atto di sottomissione all’uomo. Ho letto battaglie feroci su questi temi. E le rispetto, nel senso che capisco da dove vengono.
Ma non sono d’accordo.
Depilarsi, usare determinati abiti, non è obbedire a qualcuno. Curarsi è, prima di tutto, un atto verso se stessi. Migliorarsi, rendersi più piacevoli, investire tempo e attenzione sulla propria immagine — questo ci fa stare meglio, ci dà sicurezza, ci alleggerisce nell’approccio con gli altri. Non vedo dittatura, vedo cura. Non vedo patriarcato, vedo consapevolezza di sé.
E se qualcuno si trucca, si veste o si pettina anche per fare piacere al partner — beh, lo vedo come un gesto di altruismo e di rispetto. Un’attenzione verso l’altra persona. Non capisco perché voler piacere a chi ci piace dovrebbe essere considerato un problema.
Presentarsi bene è un atto di rispetto
Quando esco con mia moglie, con un’amica, o vado a un incontro, mi preparo. Barba curata, capelli in ordine, abbigliamento scelto, profumo. Non perché sia vanitoso — beh, un po’ sì, e non me ne vergogno — ma soprattutto perché per me è un gesto verso l’altra persona. Arrivo al mio meglio perché tengo a chi ho davanti.
Se una donna arrivasse a cena con me spettinata, struccata, vestita come se stesse per fare la spesa, sinceramente lo vivrei come una mancanza. Non verso i miei gusti estetici — verso l’incontro in sé. Come a dire: non mi sono presa la briga di prepararmi per te. E questo, a prescindere da come la si giri, manda un messaggio preciso.
La mancanza d’igiene
“L’omo ha da puzza!” diceva un vecchio adagio, ma sinceramente, a me, non ha mai convinto molto. Amici maschietti, ancora troppo spesso troviamo a party e incontri vari chi segue alla lettera l’antico motto. Vi farò una confessione: quando vi sento puzzare, mi fate semplicemente ribrezzo e mi state anche un po’ sul cactus, visto che acqua e sapone in casa ce l’hanno tutti.
La mancanza d’igiene personale è una vera e propria mancanza di rispetto — in primis verso se stessi, ma molto più grave verso chi partecipa agli eventi e verso gli altri in generale, visto che diventa un elemento di disturbo bello e buono. Sono a cena, c’è una situazione romantica, e non mi va proprio di sentire odore caprino arrivare dal vicino di tavolo.
Ammetto che ci sono stati casi in cui ho invocato l’intervento della buona vecchia Leonarda da Correggio per trasformarvi in saponette — una mia personalissima fantasia di contrappasso. Ma davvero: da organizzatore mi è capitato di dover intervenire sull’argomento, e l’ho trovato imbarazzantissimo. Una situazione che però è costata un allontanamento dall’evento.
Mai avrei pensato che nel 2025 si dovesse spiegare alla gente di venire puliti. Ma lasciamo perdere l’acre aspetto igienico e torniamo al dress — visto che spero che almeno su questo ci sia poca discussione.
Un’occasione mancata e un problema ad integrarsi
Un aspetto che ho notato è che chi viene in “total black” o ha fatto il minimo sindacale per essere ammesso spesso ha anche un atteggiamento un po’ distaccato, se non apertamente menefreghista, e fa fatica ad integrarsi. Traspare come un ho messo una maglia nera solo per venire a vedere che succede, non per partecipare davvero. Non che sia un obbligo interagire o giocare — ci mancherebbe, ognuno è libero di farlo o meno — ma la mancata voglia di integrarsi con l’ambiente si sente.
La ricerca di un dress particolare è segno di entusiasmo, di fantasia, di voglia di esserci.
Spesso si pensa che il dress sia costoso. Nulla di più falso. Ho visto gente entrare con harness fatte con due catene, con vestiti costruiti dalla pellicola alimentare. Da quando ci sono store come Temu o Shein, c’è gente che fa dress completi con 20-30€ che risultano davvero notevoli. A volte è proprio la paura di osare, di provare — o la semplice mancanza di voglia — che porta a indossare quella triste maglietta nera.
Ma pensate davvero che la gente non noti questo atteggiamento, ancor prima del vestiario?
Un gadget da 2€ può rendervi interessanti: un cappellino, un choker, un moschettone, una molletta colorata tra i capelli. Il dress può essere anche pura fantasia. Non servono latex da centinaia di euro o pelle costosa — a volte basta una busta della spesa ritagliata, meglio di una mise banale e senza ricerca.
Prendetelo come spunto di riflessione, non come insulto: sarete sempre benvenuti anche in total black. Ma la domanda vale la pena porsela.
Il dress è identità
Un aspetto spesso sottovalutato è che il dress è stato, e in parte lo è ancora, fortemente identitario. Specie in anni passati era simbolo di riconoscimento: indicava il ruolo, la posizione, l’appartenenza. Uno slave si distingueva da un Dom anche dal vestiario, una slave da una Mistress a colpo d’occhio. Nel mondo leather e fetish c’è un vero e proprio culto del dress — una cultura visiva sedimentata in decenni.
I nostri vestiti parlano per noi, ci presentano agli altri, dicono il nostro ruolo e ci fanno riconoscere a distanza senza aprire bocca. D’altra parte, il BDSM si basa su stereotipi, figure iconiche e archetipi. Il simbolismo è forte. Una volta era anche necessario — una questione di tutela, di riconoscimento in ambienti non dichiarati. Oggi è più un vezzo, ma per molti rappresenta ancora un aspetto importante e identitario.
Se entriamo nel contesto D/s, il dress smette di essere solo estetica e diventa comunicazione attiva di ruolo. Quello che indossi — o quello che ti viene chiesto di indossare — è già una forma di scambio di potere. Una sub che cura il suo aspetto secondo le indicazioni del Dom non sta semplicemente seguendo un codice vestimentario: sta eseguendo un ordine. Il collare, il tipo di abito, il trucco scelto o imposto — tutto questo è gioco, è D/s. È già scena, prima che la scena inizi.
Quindi, ricapitolando: lavatevi, vestitevi con un minimo di intenzione, e se avete un Dom o una Dom che vi ordina come presentarvi — eseguite. Non è complicato. Non è vanità. È rispetto. Per voi, per gli altri, per la scena che state per vivere.
Il corpo parla sempre. Meglio assicurarsi che abbia qualcosa di interessante da dire.
Mai come nel nostro mondo…l’abito fa il monaco.
Oltre tutto significa perdere un occasione per raccontarsi ed entrare nel ruolo scelto
L’abito non fa il monaco, ma un monaco per strada lo riconosci dal saio…