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Mistress e bellezza

Maestroottanta · 06 Aprile 2026 · 11 min di lettura · 4 commenti ·

Bellezza, strumento di dominazione

Giorni fa, leggendo alcune tesi su come dovrebbe essere una Mistress, mi sono soffermato a riflettere su una figura particolare: la Mistress Dea, forse la più iconica di tutte. Una figura da venerare, austera e irraggiungibile, dove la bellezza non è solo un attributo piacevole, ma diventa essa stessa strumento di dominazione.

La prima tra le Dee, la più famosa, quella che ha creato l’icona stessa di Mistress è sicuramente la figura romanzata dal buon vecchio conte Leopold von Sacher-Masoch: Wanda, la Venere in pelliccia. Figura divina, oggetto dell’adorazione e della devozione di Severin, lo schiavo per antonomasia. Egli venera la sua padrona come dea irraggiungibile: erotica ma altezzosa, bella e austera. La sua figura, avvolta nella pelliccia, diventa gigantesca, al di sopra dell’uomo comune, issata su un piedistallo d’oro.

In questo caso, la bellezza vera e propria della donna sembra una conditio sine qua non: la base imprescindibile per raggiungere un determinato status. Questo potrebbe sembrare poco inclusivo e, di fatto, lo è. Nel bene o nel male, una bellezza sopra la media — una bellezza che non passa inosservata — non è alla portata di tutti. Se fosse comune, per definizione, passerebbe inosservata.

Ammetto senza vergogna di aver conosciuto Mistress di una bellezza estrema che mettevano quasi soggezione: la loro presenza scenica era tale da rubare la scena a tutti e da imporre un’aura di rispetto verso chi le guardava. A mio avviso, questo dipende da una serie di ragioni. In primis, la bellezza classica evoca un senso di buono e di bello a prescindere da tutto. In secondo luogo, nel mondo BDSM la simbologia e gli archetipi sono sostanzialmente molto importanti.

Il nostro ambiente è costellato di simboli, figure iconiche, schemi comportamentali precisi, ritualità: tutte cose molto utili per entrare in un determinato contesto mentale. Qui la bellezza va di pari passo con l’eleganza, il sapersi vestire, la cura maniacale dei particolari, outfit impeccabili e molto evocativi. Da questo insieme, se ben miscelato, emerge quella figura che è la Dea.

Se la bellezza è una base, da sola non è sufficiente. Vediamo infatti spesso ragazze molto belle che non “bucano”. Essere belle è fondamentale, ma senza il trono — costruito di trucco e acconciatura impeccabili, cura delle mani, outfit studiati e sempre elegantemente appariscenti — si rimane solo fisicità.

Infatti, capita di vedere donne con fisicità non comuni, forme molto generose o addirittura BBW che, grazie al portamento, al loro modo di porsi, a tutto questo insieme, risultano comunque divine. Sono oggettivamente rare, ma esistono.

Gli archetipi femminili nella dominazione

La figura della Dea non è l’unica ad attingere al potere della bellezza. Il mondo femminile, nella dominazione, si nutre di archetipi antichi quanto l’umanità stessa, figure che vivono nell’immaginario collettivo da millenni e che, nel BDSM, trovano terreno fertile per manifestarsi.

C’è la Femme Fatale, quella che seduce per distruggere. Bella, magnetica, pericolosa. Non è irraggiungibile come la Dea, anzi: ti avvicina, ti fa credere di poterti avvicinare, per poi divorarti, con un fare spesso manipolatorio. Pensate a Cleopatra, a Salomè, a tutte quelle donne che nella storia e nella mitologia hanno portato uomini potenti alla rovina attraverso il proprio fascino. La loro bellezza non è austera, è calda, sensuale, avvolgente. Ma sotto quella superficie invitante c’è il veleno, una vera predatrice, ottiene sempre quello che vuole e chi vuole, non fallisce mai l’obiettivo. Una killer di uomini.

Poi c’è la Strega, la Maga: fascino oscuro, bellezza inquietante. Non necessariamente “bella” nel senso classico del termine, ma magnetica in modo perturbante. Circe che trasforma gli uomini in porci, Medusa il cui sguardo pietrifica. Qui la bellezza si mescola al terrore, al proibito, al sovrannaturale ma rimanendo spesso assolutamente naturale, una ninfa del bosco, legata alla terra, con i capelli lunghi, il trucco quasi assente, un animale allo stato primordiale. Atavica e che evoca Eva la prima donna. È la Dominante che usa simboli esoterici, che evoca il potere delle forze oscure, che domina attraverso il mistero e l’arcano o strega delle forza naturali.

C’è la Madre Severa, figura più complessa e meno appariscente ma non per questo meno efficace. Bellezza matura, autorevole, quella di chi ha vissuto e sa. Non è la ragazza da copertina, è la donna che impone rispetto con la presenza, con lo sguardo, con il tono di voce. La sua bellezza è fatta di competenza, di sicurezza, di quell’autorità naturale che solo la maturità può dare. La madre severa e razionale, quella che sa punire ma sa anche essere tenera e accondiscendente. La sua bellezza è fine, rassicurante, severa quando necessita e dolce quando deve premiare.

E infine la Guerriera, l’Amazzone: bellezza forte, atletica, quasi maschile nella sua potenza ma femminile nel fascino. Pelle abbronzata, muscoli definiti, sguardo fiero. Qui la bellezza non è delicatezza ma forza, non è grazia ma potenza. Pensate alle rappresentazioni delle amazzoni nella mitologia greca, donne bellissime ma letali, che dominavano attraverso la forza fisica oltre che il fascino. Tanto forti da non temere il confronto fisico con nessun uomo o guerriero. Fierezza e forza in quella bellezza androgina ed atletica. Qui la bellezza è spesso delle forme che i muscoli tonici evidenziano sulla schiena e sulle gambe, sulle braccia, un corpo sicuramente non molto comune e non per tutti ma che di certo fa della sua potenza un canone estetico imprescindibile.

Ogni archetipo usa la bellezza in modo diverso, ma tutti ne fanno uno strumento di potere. La Dea ti tiene lontano con la sua perfezione irraggiungibile, la Femme Fatale ti attira nella trappola, la Strega ti terrorizza con il suo fascino oscuro, la Madre ti sottomette con la sua autorevolezza, la Guerriera ti schiaccia con la sua forza. Tutti archetipi antichissimi, tutti efficacissimi, tutti radicati nel nostro immaginario profondo e profondamente legati alla bellezza.

I meccanismi psicologici

Ma perché la bellezza funziona così bene come strumento di dominazione? Quali sono i meccanismi psicologici che si attivano quando un sottomesso si trova di fronte a una Dominante di straordinaria bellezza?

Il primo e più ovvio è l’adorazione. Di fronte a una bellezza eccezionale, il cervello umano tende spontaneamente a idealizzare, a elevare l’oggetto della propria ammirazione. Non è un caso che in tutte le culture le divinità vengano rappresentate come esseri di straordinaria bellezza: il bello e il divino, nel nostro immaginario, sono strettamente collegati. Vedere una donna bellissima attiva automaticamente un senso di reverenza, quasi religioso. Non è qualcosa di razionale, è viscerale, istintivo. Se pensiamo alla mitologia greca, dove la bellezza aveva canoni ben determinati, se è vero che di divinità maschili con fattezze non prettamente piacevoli ci fosse traccia, non esiste nessuna Dea che non sia realmente bella.

Il secondo meccanismo è la proiezione. Il sottomesso non vede solo la donna reale, vede tutte le fantasie, tutti i desideri, tutti gli archetipi che quella bellezza evoca. Proietta su di lei la Dea, la Madre, la Venere, la Strega. Più la bellezza è straordinaria, più facile diventa la proiezione, perché quella donna sembra davvero uscita da un sogno, da un mito, da una fantasia. La bellezza comune non permette questa proiezione: una donna “normale” resta ancorata alla realtà, una donna straordinariamente bella può diventare qualsiasi cosa tu voglia che sia.

Il terzo meccanismo è la distanza. Una bellezza eccezionale crea automaticamente un divario, una separazione tra chi la possiede e chi la osserva. Lei è lassù, tu sei quaggiù. Lei è divina, tu sei mortale. Lei è perfetta, tu sei imperfetto. Questa distanza è fondamentale nella dinamica D/s: senza distanza, senza quella separazione verticale, non c’è vera sottomissione. E la bellezza crea questa distanza in modo naturale, senza bisogno di parole o gesti. Basta che lei entri nella stanza.

C’è poi un quarto elemento, più sottile ma non meno importante: il privilegio. Essere ammessi alla presenza di una donna bellissima, poterla servire, poterle dedicare la propria devozione, viene percepito come un privilegio immenso. Non tutti possono avvicinarsi alla Dea, non tutti sono degni. Se lei ti concede la sua attenzione, anche solo per punirti o umiliarti, è comunque un dono prezioso. Questo rafforza ulteriormente la dinamica di potere: il sottomesso non si sente solo inferiore, si sente fortunato di poter essere inferiore a lei.

Tutti questi meccanismi si attivano in modo quasi automatico, spesso senza che il sottomesso ne sia pienamente consapevole. La bellezza diventa così non solo un ornamento, ma una vera e propria arma psicologica, uno strumento di dominazione estremamente efficace perché agisce su livelli profondi, quasi primordiali, della psiche umana.

Questa è anche una delle ragioni profonde per cui questo tipo di Dominanti, non fa mai sesso con il proprio sottomesso. Farlo, significherebbe diventare raggiungibili, umane, non più oggetto di venerazione ma obiettivo alla portata.

Body positivity vs canoni estetici – la polemica

E qui arriviamo al punto dolente, quello che farà storcere il naso a molti: il rapporto tra questa visione della bellezza come strumento di dominazione e il politically correct del body positivity.

Negli ultimi anni, anche nel mondo BDSM, è cresciuta la pressione a conformarsi all’ideologia del “tutti i corpi sono belli”, del “non esistono standard estetici”, del “la bellezza è soggettiva e democratica”. Intendiamoci: è sacrosanto che ogni persona possa sentirsi a proprio agio nel proprio corpo e che nessuno debba essere discriminato per il proprio aspetto fisico. Ma da qui a negare l’evidenza ce ne passa.

La realtà è che una bellezza straordinaria, per definizione, non è comune. Se tutti fossero belli allo stesso modo, nessuno sarebbe bello in modo particolare. La Dea, per essere tale, deve stare sul piedistallo, non a terra con i maiali. Se tutti salgono sul piedistallo, il piedistallo smette di esistere e diventa semplice pavimento.

Il body positivity, applicato in modo ideologico al BDSM, rischia di appiattire tutto, di negare quella verticalità, quella distanza, quella separazione che è invece fondamentale in certe dinamiche. Posso accettare che una donna BBW, con il giusto portamento e la giusta presenza, possa risultare divina. L’ho visto, esiste, l’ho scritto sopra. Ma pretendere che qualsiasi corpo, qualsiasi aspetto fisico possa automaticamente incarnare l’archetipo della Dea solo perché “tutti i corpi sono belli” è una forzatura ideologica che snatura la realtà della dinamica.

La bellezza, quella vera, quella che toglie il fiato, quella che crea soggezione, non è democratica. Non è inclusiva. Non è per tutti. E va bene così. Il BDSM è uno degli ultimi spazi dove dovrebbe essere possibile dire certe verità senza essere immediatamente bollati come superficiali o discriminatori. Qui si gioca con il potere, con le gerarchie, con le differenze. Pretendere di applicare le logiche egualitarie del politically correct a un ambito che per sua natura è basato sulla diseguaglianza e sulla verticalità è un controsenso.

Questo non significa che solo le modelle da passerella possano fare le Dominanti. Significa che se vuoi incarnare l’archetipo della Dea, devi avere qualcosa di straordinario. Può essere la bellezza fisica, può essere il portamento, può essere la presenza scenica, può essere l’eleganza assoluta. Ma deve essere qualcosa che ti separa dalla massa, che ti eleva, che crea quella distanza necessaria, ti devi distinguere dagli altri. Altrimenti non sei una Dea, sei una persona normale che gioca a fare la Dominante. Che va benissimo, per carità, ma è un’altra cosa.

Conclusione

In conclusione, la bellezza è uno strumento di dominazione potentissimo, ma non è l’unico e, soprattutto, non è sufficiente da sola. Una donna può essere fisicamente splendida ma se le manca il portamento, l’eleganza, la cura maniacale dei dettagli, la capacità di incarnare un archetipo, rimarrà solo una bella donna.

La vera Dea nasce dall’insieme: bellezza fisica, certo, ma anche trucco impeccabile, outfit studiati, gestualità controllata, voce ferma, sguardo penetrante. È un teatro, una costruzione attenta e consapevole. La bellezza è la base, il resto è l’architettura che trasforma quella base in un tempio.

E sì, questa visione non è inclusiva. Non è democratica. Non piace al pensiero woke. Ma il BDSM, nella sua forma più autentica, non è mai stato né inclusivo né democratico. È verticale, gerarchico, basato su differenze e distanze. E in questo contesto, la bellezza straordinaria continua a essere, come lo è sempre stata, uno degli strumenti più efficaci per creare e mantenere quella distanza, quella separazione tra divino e mortale che è il cuore stesso della devozione.

Vostro, dall’alto del piedistallo,
Sua Divinità

Maestroottanta

Tag: archetipi bdsm bellezza body positivity devozione femme fatale mistress dea sottomissione strumento di dominazione
Maestroottanta

Autore di KinkyItalia.

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4 commenti
    Marina 10 Luglio 2026

    Che bella disquisizione d’altri tempi! mi immagino che la scrivi con carta e calamaio, e al posto dell’inchiostro usi il frutto del tuo autoerotismo.
    È vero che nel BDSM esistano archetipi, ritualità, cura della presenza scenica, e che questi contribuiscano a costruire un personaggio: questo è vero, è quasi banale come osservazione sociologica su qualunque sottocultura performativa. E che dinamiche come idealizzazione, proiezione, distanza percepita giochino un ruolo psicologico nella dominazione è plausibile come intuizione, anche se le presenti come “meccanismo” scientifico senza uno straccio di fonte, di studio, di dato. Sono osservazioni prese in prestito da psicologia spiccia e infarinature (sbagliate) di mitologia, poi spacciate per verità universale.
    Parti da un romanzo del 1870 (Sacher-Masoch), cioè da un’opera di fantasia, scritta da un uomo, che romanza un suo fantasma, e lo tratti come fonte antropologica, come se Wanda fosse un dato di realtà anziché una proiezione maschile ottocentesca. Da lì parli di “archetipo originario”, quando in realtà stai solo raccontando cosa piace a te e a chi la pensa come te: lo spacci per legge eterna, quando è solo il tuo fantasma personale.
    Parli di archetipi (Dea, Femme Fatale, Strega, Madre, Amazzone). Sono tutti presi da un immaginario iconografico maschile su “come dovrebbe essere una donna che comanda” non da un’analisi di come le Dominatrici reali si raccontano. È significativo che ogni archetipo sia comunque ancorato a un canone estetico convenzionale (magra, curata, “non comune”): anche la Strega e l’Amazzone, che dovrebbero rompere lo schema della bellezza classica, vengono subito ricondotte a uno standard estetico rigido (capelli lunghi, corpo atletico, pelle abbronzata). Non c’è varietà reale: le donne devono essere pollastrelle strafighe e coscia lunga, parola di Francesco Amadori.
    E visto che citi la mitologia, tanto vale farlo bene. Nel mito originale (Ovidio, Metamorfosi) Medusa era una bellissima sacerdotessa di Atena, violentata da Poseidone proprio nel tempio della dea. Atena, invece di punire Poseidone, punisce lei: le trasforma i capelli in serpenti e le dà lo sguardo che pietrifica. Medusa non è una predatrice oscura, è una vittima di stupro punita al posto del suo aggressore, è letteralmente la storia archetipica del victim blaming. Usarla oggi come simbolo di “fascino minaccioso e perturbante” senza dire che è una vittima trasformata in mostro è o ignoranza del mito o una scelta comoda. Non a caso oggi Medusa è diventata un simbolo delle sopravvissute a violenza sessuale (vedi la statua “Medusa with the Head of Perseus”)
    Circe sì, trasforma gli uomini in porci nell’Odissea, ma il contesto è che si difende su un’isola dove arrivano stranieri armati; con Odisseo, unico che le resiste (grazie all’erba moly di Hermes), Già gli antichi (Plutarco, nel dialogo “Gryllus”) si chiedevano se gli uomini trasformati in maiali non stessero semplicemente rivelando la loro vera natura. Circe come “predatrice seducente” è una lettura riduttiva rispetto al mito stesso.
    L’immagine di Cleopatra come seduttrice manipolatrice che rovina gli uomini è propaganda romana, in particolare di Augusto, per screditare Marco Antonio e giustificare la guerra contro l’Egitto. Storicamente era una regina colta, poliglotta, amministratrice capace di un regno ricchissimo. La usi come esempio di “femme fatale” e stai ripetendo, duemila anni dopo, la stessa operazione di propaganda maschile che ha distrutto la sua reputazione storica.
    Salomè non è nemmeno nominata nei Vangeli: è “la figlia di Erodiade”, il nome glielo dà Giuseppe Flavio. La versione sensuale, mortale, da femme fatale che tutti conoscono nasce nell’Ottocento decadente con Oscar Wilde, i quadri di Gustave Moreau, l’opera di Richard Strauss. Cioè: è un altro prodotto della stessa temperie culturale e dello stesso immaginario maschile di fine Ottocento che ha prodotto Wanda e Sacher-Masoch. Il paragone è quasi comico: stai riciclando le stesse fantasie decadenti che avevi già usato all’inizio, spacciandole per mitologia antica.
    Nella maggior parte dei miti greci le Amazzoni vengono sempre sconfitte da un eroe (Achille, Teseo, Eracle): l’Amazzonomachia scolpita sul Partenone è un’allegoria della vittoria greca (civiltà) sul disordine (barbarie), incarnato appunto da donne guerriere. Cioè il mito esiste apposta per mostrare che anche la donna guerriera più forte viene alla fine sottomessa da un uomo è l’opposto di un’icona di potenza femminile intoccabile. In più, l’etimologia “a-mazos” (senza seno), che spiegherebbe l’amputazione per tirare meglio con l’arco, è oggi considerata dagli storici una falsa etimologia greca, non una pratica reale.
    I “meccanismi psicologici” di cui parli “il cervello umano tende spontaneamente a idealizzare” sembra tu ne parli con cognizione, ma è roba da neuro-fuffa: non hai una fonte, uno studio, un dato. È solo il tuo gusto personale espresso con la boria del maestro (e su questo perdonami, non ti conosco: maestro di cosa?).
    E arriviamo al vero motivo per cui hai scritto tutto questo: la crociata contro il body positivity. Nessuna corrente seria del body positivity sostiene che “tutti i corpi siano oggettivamente ugualmente belli in senso estetico assoluto”; l’argomento è che la dignità, il valore e il diritto a essere desiderate/rispettate non dipendono dall’aderenza a un canone. Tu lo travesti da “negazione dell’evidenza” solo per poterlo abbattere comodamente.
    Qui il salto ideologico finale: da “la bellezza straordinaria non è comune per definizione” (tautologia vera ma estremamente banale) si arriva a “quindi l’esclusione e la gerarchia sono giuste e naturali, e chi dice il contrario è woke”. Qui il pezzo smette di essere un’analisi su estetica e dominazione e diventa un manifesto reazionario travestito da riflessione BDSM: “è sempre stato così” trattato come verità morale, e “woke”/”politically correct” sventolati come una clava invece di affrontare l’argomento vero, cioè che imporre standard di bellezza unici e rigidi come precondizione di valore è esattamente il meccanismo che produce esclusione, umiliazione non consensuale e gerarchie basate su privilegio estetico e non su merito, capacità, consenso o abilità nella pratica.
    La finta concessione sulle donne BBW: incluse solo per poi ributtarle fuori (“oggettivamente rare”), è inclusione di facciata, proprio perché inspiegabilmente alcune escono dal recinto delle cesse.
    Questo articolo non è un’analisi del BDSM: tu confondi “questo mi piace ed è un mio criterio soggettivo di attrazione” con “questa è una legge universale della dominazione”, usando infarinature di mitologia, pseudo-psicologia e retorica per dare valore a un’opinione estetica personale, piuttosto convenzionale, maschilista e retrograda, bollando chi dissente come ideologicamente cieco.
    E infine ti firmi “Sua Divinità dall’alto del piedistallo”, dopo aver passato tutto il pezzo a giudicare chi è degna di essere una Dea e chi no. Non hai scritto un’analisi del BDSM: hai scritto la difesa del tuo personale canone di bellezza — quello che è, come è tuo diritto che sia ma non vestirlo di mitologia e pseudopsicologia per dargli un valore universale: non ce l’ha.
    E prima che lo dica tu: sono una donna grassa, ma almeno non sono ignorante, e quello che hai scritto non ha nessuna base scientifica.
    Tutta questa tua osservazione sociologica è davvero ai minimi termini, e anche quel poco di vero che dici è sepolto sotto un’impalcatura di retorica di cui oggi faremmo tanto volentieri a meno.

    Rispondi
      Maestroottanta 11 Luglio 2026

      Salve, e grazie: è il commento più lungo e documentato mai ricevuto su KinkyItalia. Dico sul serio. Sull’inchiostro sorvolo — scrivo da tastiera, ma apprezzo l’immaginazione.
      Le rispondo nel merito, per punti.
      Sulla filologia ha ragione lei, su parecchio. La Salomè femme fatale è un’invenzione del decadentismo, la Cleopatra manipolatrice è propaganda augustea, le Amazzoni nel mito finiscono sconfitte. Una precisazione però la merita Medusa: il “mito originale” non è Ovidio. In Esiodo, secoli prima, Medusa nasce Gorgone, mostro tra i mostri — la sacerdotessa bellissima punita al posto del suo stupratore è la riscrittura letteraria di un poeta romano. Lei ha usato una versione tarda e riscritta chiamandola “originale”: esattamente l’operazione che rimprovera a me. E questo, senza volerlo, dimostra la mia tesi.
      Perché il punto dell’articolo non era mai la filologia. Gli archetipi di cui parlo non sono i miti delle fonti: sono le stratificazioni dell’immaginario — propaganda romana, decadentismo, Wilde, Moreau, Sacher-Masoch compreso. Una Mistress che gioca la Femme Fatale sta giocando la Salomè di Wilde, non la figlia di Erodiade. Ed è quell’immaginario, storicamente impuro quanto vuole, che agisce in una dinamica. Su questo non ha portato obiezioni: ha confermato che quelle figure vivono nella testa di tutti, sua compresa.
      Sulle fonti scientifiche: non ne ho, e non l’ho mai nascosto. KinkyItalia dichiara in ogni pagina di non essere una rivista accademica: qui si scrive in prima persona da vent’anni di scene, munch e party. “Maestro di cosa?” — di niente. È un nickname della scena, con un pizzico di delirio di onnipotenza dichiarato. Se cercava un paper, ha sbagliato indirizzo; se vuole confutare l’esperienza con l’esperienza, l’ascolto.
      Sul body positivity: la “finta concessione” non era finta. Ho scritto che il criterio non è la magrezza ma la capacità di creare distanza — portamento, presenza, costruzione — e che l’ho vista incarnata da donne BBW. “Rare” non era una ributtata fuori: le Dee sono rare per definizione, magre o no. Che la dignità delle persone non dipenda dal canone lo penso anch’io; che l’archetipo della Dea sia democratico, no. Possiamo restare in disaccordo su questo senza che nessuno dei due sia in malafede.
      Chiudo con una proposta seria. Lei scrive bene, argomenta meglio di molti che pubblicano, e su mitologia e immaginario femminile ha chiaramente cose da dire. Le porte di KinkyItalia sono aperte: se vuole scrivere il contro-pezzo — gli archetipi della dominazione raccontati da chi domina, non da chi guarda — lo pubblichiamo volentieri, firmato e senza tagli.
      Dal piedistallo, che come vede è ironico ma comodo,
      Maestroottanta

      Rispondi
        Marina 13 Luglio 2026

        Gentile Maestroottanta,
        Apprezzo la risposta articolata, e apprezzo ancora di più che lei conceda con eleganza dove ha torto, è più di quanto molti sappiano fare.
        Su Medusa ha ragione: Esiodo precede Ovidio, e la sacerdotessa violentata è la riscrittura di un poeta romano, non “il mito originale”. Correggo volentieri: la versione a cui mi riferivo è quella dominante nell’immaginario occidentale, quella su cui Freud ha scritto un saggio, quella che la società contemporanea ha reclamato come simbolo delle sopravvissute. Errore mio di terminologia, non di sostanza. Come scrive i suoi archetipi non sono i miti delle fonti, ma “le stratificazioni dell’immaginario (propaganda romana, decadentismo, Wilde, Moreau) storicamente impure quanto vuole”. Allora Ovidio, che scrive settecento anni dopo Esiodo, è esattamente questo: una stratificazione tarda ma dominante. Se le stratificazioni tarde sono materiale legittimo per la Salomè di Wilde, lo sono anche per la Medusa di Ovidio. O vale per entrambi, o non vale per nessuno dei due.
        Grazie per il complimento e per l’offerta di scrivere il contro articolo, ma devo declinare: soffro di vertigini, e al piedistallo preferisco una seduta più conviviale. Da una poltrona si discute meglio anche di opinioni diverse, su una materia che amo e che continua ad affascinarmi proprio perché in tanti la viviamo con interpretazioni diverse, tutte legittime, finché restano dichiaratamente opinioni.
        Ed è questo il punto di tutta la mia risposta, fin dall’inizio: non le contestavo di avere un’opinione personale sull’estetica nel BDSM. Ne ha pieno diritto, come ce l’ho io. le contestavo il tono: anche se KinkyItalia dichiara nelle sue linee guida di non essere una rivista accademica, dal tono dell’articolo questo non si evinceva. Basti pensare a “il primo meccanismo… il secondo… il terzo”, alla sintassi da trattato, a “non esiste nessuna Dea che non sia bella” scritto come dato di fatto invece che come gusto dichiarato. (oltretutto esistono dee che sono brutte e sgraziate) Un’opinione onesta si firma come tale. La sua sembrava tanto una tesi.
        Ed è una tesi che si allarga parecchio rispetto al tema della Dea, fino a coprire tutto il BDSM: “questa visione non è inclusiva. Non è democratica… Il BDSM, nella sua forma più autentica, non è mai stato né inclusivo né democratico. È verticale, gerarchico, basato su differenze e distanze.” Soggetto grammaticale: “il BDSM”, non “la Dea”. È una sentenza in cui non mi riconosco, e credo non si riconoscano in tanti. Resta legittimo avere opinioni diverse, ma ribadire che sono solo opinioni personali on guasta.
        E visto che la bellezza sembra essere così importante, mi lasci dire due cose sul concetto in sé. Il canone di bellezza femminile non è un valore assoluto né biologico: è un costrutto sociale, culturale e storico, cambiato continuamente nella storia umana per riflettere i valori, l’economia e le strutture di potere di un’epoca. Sono state considerate belle donne pingui, donne magre, donne mascoline, donne minute. La costante è stata una sola: a stabilire questi canoni sono sempre stati gli uomini. E la storiella dei canoni classici ha davvero stancato: i canoni si sono evoluti anche in età classica, oltretutto ai Greci il corpo maschile piaceva molto più di quello femminile, e c’è stato un periodo in cui le donne, per essere belle, dovevano avere fisici simili a quelli maschili. Se proprio vogliamo tornare ai canoni classici a tutti costi io vorrei ssere circondata da uomini che sembrino Achille, Ettore, Thor con il martello. Invece ai party vedo perlopiù uomini di mezza età, pelosi, con la pancia, fisici da fornaio o da impiegato delle poste.
        Anche il termine che usa con tanta disinvoltura, archetipo, merita una parola: è ormai una parola passaporto, che presta gravitas a qualunque categorizzazione senza che chi la usa debba davvero rispondere della teoria da cui la prende in prestito. Lei la usa sfruttando le zone d’ombra tra mitologia, psicologia e gusto personale.
        Su una cosa, invece, sono d’accordo: il meccanismo della proiezione. Alcuni sottomessi non vedono la donna reale, vedono tutte le fantasie e i desideri che quella bellezza evoca. È vero, molti lo fanno: si avvicinano e ti chiamano Dea, vogliono la Dea. Ma io non sono qui per mettere in scena le fantasie di nessuno: chi vuol proiettare, può comprarsi un bel proiettore. Non c’è nessuna dominazione in questa dinamica. Da come scrive, sembra che il lavoro della Dominante sia curarsi meticolosamente nell’estetica e nell’outfit per incarnare l’immaginario erotico del sottomesso, che quando ti vede crede di essere in un sogno. Mi ricorda i bambini che sgranano gli occhi davanti al pupazzo di Pluto a Disneyland. Sono certa che l’adorazione faccia piacere a molte, ma io la preferisco rivolta al mio valore, alla mia unicità, che non risiede nella mia maschera, è un’adorazione che va di pari passo con la devozione e con la sottomissione intesa come dono di sé. E incarnare un archetipo, per definizione, non ti rende unica: ti rende una copia di qualcos’altro.
        Attendo con curiosità un articolo che parli di bellezza e dominazione maschile, per scoprire quali siano gli archetipi che la rappresentano.

        Rispondi
    Maestroottanta 15 Luglio 2026

    Gentile Marina,
    touché su Ovidio: se le stratificazioni valgono per la mia Salomè, valgono per la sua Medusa. Vale per entrambi.
    Sul resto, mi tengo la distinzione che lei stessa offre: due modi diversi di intendere la dominazione — chi lavora con l’immaginario e chi lo spegne per farsi adorare per ciò che è. Entrambi legittimi, finché dichiarati. Il mio articolo racconta il primo; il suo commento è un ottimo manifesto del secondo.
    Quanto all’articolo su bellezza e dominazione maschile: accetto la sfida. Le anticipo che l’archetipo dominante, ai party, l’ha già individuato lei — il Fornaio. Vedrò di nobilitarlo.
    La poltrona accanto alla sua, quando vuole, resta libera.
    Maestroottanta

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